TAVECCHIO CHE AVANZA
Noi diciamo che Opti Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio”. Questa frase l’ha pronunciata per davvero Carlo Tavecchio, pettorina numero 1 nella corsa alla presidenza della FIGC. E naturalmente, che ve lo dico a fare, Opti Pobà è un po’ come chiamare lo stesso Tavecchio Brambilla Fumagalli. Se vogliamo, esclusi i modi da cavernicolo, il concetto non era neanche tanto assurdo. Leggendolo tra le strettissime righe di una gaffe da bar sport di Pontida, mister LND voleva intendere che comprare stranieri a prescindere è una moda che va estirpata. Che poi usare questa storiella per farsi pubblicità è più di moda della storiella stessa, ma vabbè. Insomma, la “campagna elettorale” dell’homo novus del calcio italiano si basa su proposte che proprio novissimae non sono, per giunta espresse nel modo peggiore possibile. Annamo bene.
Al di là della figuraccia mainstream, comunque, l’uscita è stata davvero infelice in tutto il suo complesso, perché ha tirato fuori una pochezza di contenuti che va ben oltre il razzismo e l’autismo comunicativo. Esaminando più attentamente la teoria di Tavecchio, ad esempio non si è ben capito per quale motivo voglia partire dai “negri” e non, per dire, dai tedeschi, e non si afferra neppure che programma abbia per risolvere questa problematica. Appoggiarsi al solito e non meglio definito modello inglese è un po’ povera come proposta innovativa, specialmente se parliamo di un ambito come quello della “coltivazione” dei talenti. Tavecchio dice che in Inghilterra gli stranieri entrano solo se dimostrano il loro valore, in realtà lì hanno soltanto una politica più restrittiva nella compilazione delle rose, per numero e per percentuale di talenti autoctoni. Un ostacolo minuscolo, che gli inglesi spesso bypassano acquistando a peso d’oro i pochissimi veri talenti che producono i settori giovanili. Un modello che non sembra neppure dare chissà quali frutti, visto e considerato che proprio l’Inghilterra è fra le poche squadre ad aver fatto una figura più barbina della nostra al Mondiale. Non proprio la migliore delle strade per rinascere, insomma.
Non ci giriamo troppo intorno, in questo momento il calcio italiano ha bisogno di un comunicatore in grado di ripulire la faccia di un movimento umiliato in Brasile e alla ricerca di un’identità perduta da anni e anni, ben prima del trionfale 9 luglio di Berlino. Competenza ma anche appeal e presa sul pubblico, ineccepibile nella sostanza ma anche nella forma. Insomma è un momento in cui più di ogni altra cosa c’è bisogno di novità, e magari sarebbe molto meglio affidarsi ad uno nato nel ’71, che ha 43 anni piuttosto che ad uno nato nel ’43 che ha 71 anni. Ma davvero ci voleva la tragica gaffe per confermare ciò che è già evidente a tutti?
di Antonio Papa

