Tatticamente – Il solito ottimismo: ci è cascato anche Gattuso

È già fallita la missione di Gattuso. Nel senso che il tecnico calabrese pensava che per risolvere le difficoltà di questa squadra bastasse ridare un’identità di gioco. Invece i problemi sono (anche) altri. E Gattuso se n’è accorto tardi. È mancato veleno, ha detto: la voglia di arrivare prima sul pallone, la capacità di trovare delle trame di gioco più interessanti rispetto ad un palleggio sterile che oramai sta abbassando notevolmente il livello di pericolosità offensiva. Dal tenere bene il campo al saper riempire l’area: il passaggio al 4-3-3 non ha sortito gli effetti sperati, anzi ha paradossalmente inasprito i guai. È stata un’illusione. Ed il primo ad illudersi è stato proprio Rino Gattuso. Che dopo quattro sconfitte in cinque partite si è forse reso conto che il cambio modulo non fosse la panacea di tutti i mali. La squadra è bloccata, nella testa e nelle gambe. Troppi interpreti sono a fine ciclo, altri – sopravvalutati – sono parecchio al di sotto delle loro possibilità. Gattuso ci sta mettendo pure del suo: al netto delle pesanti assenze, regala buona parte del primo tempo con un paio di scelte di formazione poco convincenti. Continua a rinunciare alla spinta di Di Lorenzo, sacrificandolo da centrale, al suo posto Hysaj che da tempo non è più il soldatino impeccabile di Sarri; dall’altra parte Luperto, lui invece un centrale adattato a tornante: tutto troppo complicato in un momento in cui il Napoli avrebbe solamente bisogno di ritornare a fare le cose semplici. Non è pronto per produrre un calcio spettacolare, quello che Gattuso desidera: non ci sono i presupposti. Il Napoli deve prendere consapevolezza della dimensione in cui si ritrova: è una grande diventata improvvisamente piccola ed è arrivato il momento di iniziare a ragionare da piccola. L’ha fatto intendere anche Gattuso: adesso non importa il modo in cui arrivare al risultato. Se serve, anche un tipo di calcio diverso, meno palleggiato e più diretto potrebbe rappresentare un’idea. Non è un caso che quelle rarissime occasioni da gol del primo tempo siano nate da lanci lunghi a scavalcare la linea difensiva viola, non sempre attenta su un taglio di Milik ad inizio partita ed uno del solito Callejon che poteva pareggiare i conti almeno parzialmente. Altre soluzioni non sembrano esserci. Insigne, quando si intestardisce nel voler fare tutto da solo, va a sbattere sul muro perché quasi sempre raddoppiato se non triplicato, Milik non mette mai a disposizione il fisico per proteggere spalle alla porta e far salire i compagni, i centrocampisti non sempre hanno il necessario dinamismo e la giusta determinazione nell’andare ad accompagnare le azioni: il Napoli ha così troppi pochi uomini in area o comunque inadatti a incidere nelle zone calde di campo, dove poi al di là degli schemi sono le iniziative personali, le triangolazioni, qualche invenzione, una punizione conquistata al limite a indirizzare le partite. Di fronte una squadra ben organizzata che ha sfruttato le caratteristiche dei singoli: Iachini ha trasformato la Fiorentina, rispetto a Gattuso è stato in grado di correggere immediatamente gli aspetti che con Montella non funzionavano. A partire dalla fase difensiva: è una Fiorentina accorta, umile, che soffre pochissimo e sa ripartire con coraggio. A tratti ha sciorinato anche un discreto calcio: il gol di Chiesa suggella una ragnatela di passaggi che aveva stanato gli avversari dentro la propria area, cominciata con una serie di tocchi ravvicinati e culminata con un cambio di gioco che ha trovato scoperto il lato debole del Napoli.





