¿QUIEN SE SUBE AL CARRO?

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Subir al carro. Gli spagnoli in queste cose sono meno prolissi di noi, ma il fatto che una simile espressione idiomatica sia presente anche nella loro lingua vuol dire che sanno bene di cosa parliamo. Ebbene, da quando è a Napoli Rafa Benìtez deve aver comprato un carro bello grosso, e non certo per le facili battutacce “alla Gene Gnocchi” (sul quale, dopo l’affaire Maradona, stendiamo un velo pietosissimo). No, è perché da queste parti la schizofrenia in termini di “like” è un attimino più diffusa che in qualsiasi altra parte del mondo. Probabilmente se ne sta accorgendo anche Don Rafè. 

 

Già il Don non aveva avuto propriamente il tappeto rosso, quando arrivò a Napoli. Tante, troppe vedove di chi lo aveva preceduto lo guardavano con sospetto, perché è difficile sopportare un innovatore quando hai supportato con ogni forza un gran conservatore. Ci divertiamo ma subiamo troppo, la prima sentenza di chi lo tacciava di “zemanismo”. E più si subiva più si mormorava, non importa se arrivavano risultati e soddisfazioni. Poi la tempesta invernale, quella che ha preso alle gambe un Napoli stanco e minato da diverse assenze chiave. Hamsik, Zuniga, poi anche Behrami e Reina. Troppi titolari mancanti per Benìtez, che suo malgrado aveva una panchina cortissima, ed ecco che i mormorii diventavano asserzioni via via più convinte e poi urlacci, strilli arroganti dal pulpito di chi “l’aveva detto” sempre, il giorno dopo. Bergamo è stato il punto più basso della stagione: lì – più che salire – c’era da trasalire leggendo alcune eresie, insulti ottusi conditi da squisite disquisizioni tattiche sul più e sul meno. Per non parlare dei rimasti sul carro dell’anno scorso, che per la cronaca quest’anno si trova parecchio indietro, ma vabbè. Chiedere la testa di un allenatore terzo in campionato ed in corsa su tre fronti: solo a Napoli (e forse a Roma) è possibile. Insomma, per non tirarla troppo a lungo, sono bastati dieci giorni di magia per riportare il sereno e il silenzio sulle “bocche di fuoco”. Roma-Milan-Roma-Sassuolo, il trionfale quadrilatero che ha riassestato gli azzurri (nel frattempo diventati gialli) in campionato e in Coppa. Quei signori lì? Puff! Volatilizzati. I più timidi si sono chiusi in religioso silenzio, i più sfacciati sono saltati subito a bordo, ché loro fanno gli allenatori quando le cose vanno male ma poi si dicono “tifosi” quando invece vanno bene. Perché nella vita ci vuole la faccia e ci vuole il culo, ma a volte basta avere anche una sola delle due insieme ad una sua efficace imitazione. 

 

In tutto ciò, il serafico Rafa sorride e qualche volta sghignazza pure. Troppo signore per incazzarsi, ma possiamo star certi che un uomo del suo acume avrà imparato benissimo a gestire pure i cosiddetti amici del giorno dopo. Per identificare il personaggio basta guardare i meriti assegnati a Bigon dopo il magnifico approccio di Jorginho al suo modulo. Colpe a sé quando si perde, meriti agli altri quando si vince. Mai il contrario. Proprio come il suo predecessore, quello che a suo tempo ci ha pure provato, a salire sul carro, ma poi è stato costretto a scendere: andava troppo veloce…

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