L’OCCASIONE DI UNA SVOLTA STORICA

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Tra proclami prepartita, tavole rotonde radiofoniche e conferenze a ritmo di tweet, nelle scorse settimane Aurelio De Laurentiis ha fatto sentire la sua voce circa i diversi temi riguardanti il Napoli: Benitez, la squadra che verrà, Cavani e gli altri gioielli, lo stadio, gli obiettivi, eccetera. Visto così, tutto ok. Eppure, ci sono due argomenti sui quali Don Aurelio non è stato proprio chiaro, non vi ha dato un parere definitivo. Forse perché ne ha parlato tante di quelle volte che avrà ben pensato di non annoiare chi l’ascolta. Certamente non ne ignora l’importanza. E non lo facciamo nemmeno noi, dacché si tratta di questioni cruciali per l’avvenire economico e tecnico del Napoli: il tetto ingaggi e i diritti d’immagine. Due paletti, due ostacoli da superare. L’uno comprensibile, l’altro assurdo, o quasi.

Intendiamoci, i conti di una squadra di calcio vanno tenuti a posto in periodo di crisi. Una cosa però è quando gestisci il Sassuolo (con tutto il rispetto), un’altra è quando hai nelle mani la quarta squadra italiana per bacino d’utenza. Una squadra che ha vinto in passato e che merita di tornare a vincere, dotata di un potenziale economico fiorente e in grado di permettersi giocatori bravi, affermati, talentuosi, quando non dei veri campioni, sebbene percepiscano uno stipendio un po’ altino. Ecco, gli stipendi. Quelli che finora Don Aurelio ha voluto mantenere sempre entro una certa soglia e mai oltre, eccezion fatta per Cavani. Persino un bimbetto di cinque anni capirebbe che con questa politica non si potrebbero mai vestire d’azzurro i giocatori bravi, affermati, talentuosi di cui sopra. Non solo: agendo in tal modo si finisce anche per scontentare chi è già in rosa e richiede un adeguato e giusto ritocco dello stipendio, col conseguente rischio di creare altri casi simili a quelli di Campagnaro e Zuniga. Però, dicevamo prima, trattasi di un paletto abbastanza comprensibile, dati i tempi bui che stiamo vivendo.

L’altro, invece, comprensibile non lo è affatto. A occhio e croce il Napoli è l’unico club in Italia, fors’anche in Europa, ad avocare a sé la gestione e i ricavi di tutto quanto legato all’immagine dei suoi tesserati. Una bella gatta da pelare, specie per chi in passato ha perduto Bianchi e Obinna e rischiato di non prendere De Sanctis, proprio perché questi erano indisposti a cedere la loro immagine al Ciuccio. Riguardo alla questione De Laurentiis s’è sempre mostrato testardo, sulla base di un ragionamento comunque non privo di logica: il Napoli è un’azienda, e come tale spetta a essa la proprietà dell’immagine di chi vi lavora. Eppure, in attesa di cambiare il modo di gestire l’azienda-calcio, il presidente deve rassegnarsi a una realtà fredda, ma reale: nella stessa azienda-calcio esiste anche la figura dell’azienda-calciatore, una figura che fattura bilioni di milioni a ogni ora del giorno. Per un Cristiano Ronaldo o un Messi la possibilità di vivere di rendita, mostrando il proprio volto per un brand sportivo, un videogame o una casa di moda, è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Lo stesso ragionamento non vale solo per i fenomeni, ma anche per chi è qualche gradino sotto di loro, oltreché per i comuni mortali (i Bianchi di turno). Nessuno di essi rinuncerebbe a introiti extracalcistici, nessuno accetterebbe di buon grado la cessione dei propri diritti alla compagine in cui gioca. Ergo, nessuno verrebbe sotto il Vesuvio, stanti così le cose.

Alla vigilia di una stagione decisiva, per la storia del Napoli nonché per il suo mandato presidenziale, De Laurentiis è chiamato a rendere meno rigidi questi due paletti. I nomi fin qui fatti per la nuova squadra by Benitez sono quelli di giocatori che guadagnano non meno di 5 milioni di Euro. Non chiediamo al patron di alzare l’asticella-ingaggi a chissà quale altezza; tuttavia, dall’attuale tetto di 2.5 milioni si potrebbe passare a 3.5, o addirittura a 4. Non arriverebbero i pupilli di Don Rafael, ma senz’altro ci si potrebbe permettere un Mertens, un Rami, un Cirigliano, elementi validi e adatti alla filosofia calcistica dell’allenatore madrileno. Che certamente non avrebbe sposato il progetto-Napoli ignaro della politica intrapresa dal suo superiore, e che comunque indicherà a Don Aurelio gli uomini funzionali allo scopo, a costi non proibitivi. E i diritti d’immagine? Il Napoli potrebbe ugualmente controllarli, ma in modo differente. Potrebbe, ad esempio, adottare lo stesso meccanismo attuato dal Real Madrid fin dall’epoca di Beckham e Figo, ossia un’equa divisione fifty-fifty tra società e giocatore. Oppure quello della Juventus, all’avanguardia nell’inserire nei contratti clausole riguardanti lo sfruttamento dell’immagine, la quale viene gestita direttamente solo quando il tesserato pubblicizza un prodotto made in Juve. Le soluzioni ci sono, sia per la prima questione che per la seconda. Non sarebbe una rivoluzione copernicana, quest’è certo, ma rappresenterebbe comunque il grande balzo in avanti che tutti auspichiamo per il Napoli. Nell’anno in cui in panca giunge un tecnico bravo, esperto, capace e vincente come Benitez, questa è la grande occasione da non fallire. Sarà anche vero che con la formula “poche spese, molti ricavi” il bilancio rimane in attivo. Ma è altrettanto reale che, se non si compiono investimenti di una certa portata, il Ciuccio non diverrà mai un purosangue di razza. E non vedrà mai cucito il tricolore sul petto.

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