LA FAVOLA DELL’ATLETICO: LA STORIA DEI DIECI SCUDETTI VINTI DAI COLCHONEROS
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A due giorni dal trionfo dell’Atlético Madrid nella Liga Spagnola è ancora fortissima l’eco dell’impresa ottenuta dai ragazzi del Cholo Simeone. Per il successo ottenuto a scapito dei due colossi Real Madrid e Barcellona, superfavoriti alla vigilia e bruciati dopo una estenuante maratona che ha tenuto col fiato sospeso tutti gli ‘aficionados de fútbol’ iberici. Ma soprattutto per come tale successo è stato ottenuto. Niente tiki-taka, nessun grandioso fuoriclasse a trascinare il collettivo alla vittoria, nessuna appariscenza, né accademia o fronzoli. Ma tanto, tantissimo lavoro, abnegazione, spirito di sacrificio, compattezza del gruppo, adeguata presenza dei tasselli al posto giusto in squadra; e soprattutto molta concretezza e sostanza. Tutti aspetti che i biancorossi hanno dimostrato ampiamente di possedere, guidati con intelligenza dal loro tecnico, a cui è bastato innestare su un classico 4-4-2 un gioco molto pratico e concreto, efficace da bastare a sufficienza alla conquista del decimo titolo nazionale.
E allora ripercorriamo la storia di queste dieci Ligas vinte dai ‘Colchoneros’ (‘materassai’ in spagnolo, dal colore bianco-blu, il primo del club, simile a quello usato per coprire le tele dei materassi). A cominciare dalle prime due ottenute nei campionati ’39-’40 e ’40-’41. Corrono tempi grami per la Spagna e per il suo calcio frenato per tre anni dalla sanguinosa Guerra Civil. E anche per lo stesso Athletic Club de Madrid, dapprima squadra satellite dell’Athletic Bilbao (essendo fondata nel 1903 da studenti baschi di stanza nella capitale), poi resasi indipendente dalla casa madre ma senza risultati di rilievo sino a quel momento. La compagine biancorossa milita in Segunda División, ha visto i suoi giocatori morire nel conflitto, il suo stadio di Vallecas è distrutto e le casse sono gravate da un debito di un milione di pesetas, sicché il 4 ottobre 1939 accetta la fusione con l’Athletic Club de Aviación, la squadra delle forze armate aeree. Rientrati in Primera Liga grazie alla rinuncia del Real Oviedo, i Colchoneros sono allenati dal ‘Divino’ Zamora, leggendario ex portiere degli anni ’20 e ’30, e dettano legge sbaragliando la concorrenza di FC Siviglia, Athletic Bilbao (guarda un po’ …) e i rivali cittadini del Real Madrid. Sfumato il delicato momento del dopoguerra, l’Atlético (denominazione definitiva assunta nel 1946) si aggiudica altri due campionati consecutivi tra il ’49 e il ’51 guidato in panchina da Helenio Herrera; sì, proprio lui, il ‘Mago’ già allora vincente e a cui saranno legati i trionfi dell’Inter negli anni ’60. Ma sono stagioni, quelle, in cui per l’Atlético, come per altre squadre, non è facile spezzare il dominio a livello nazionale di Real e Barça. E per rivedere i Rojiblancos di nuovo Campioni di Spagna, all’inizio di quella che resta forse la loro epoca più bella, bisogna attendere il 1966 non prima però di averli ammirati in ottime performances a livello europeo (Coppa delle Coppe vinta nel 1962 contro la Fiorentina). La Liga è la loro dopo un serrato duello con gli acerrimi nemici Merengues. E’ già l’Atlético di Vicente Calderón, illuminato presidente a cui è intitolata oggi l’arena del club; tecnico è il catalano Domènec Balmanya e in campo ecco l’indimenticato Luis Aragonés, leggenda nei secoli dei secoli: 265 presenze e 132 reti in dieci anni di militanza colchonera. Il quale sarà protagonista anche dei titoli ottenuti nel 1970 e nel 1973, strappati rispettivamente all’Athletic e al Barcellona con il francese Marcel Domingo e l’austriaco Max Merkel in panchina. Punti forti del collettivo sono Irureta, Salcedo, Gárate, Adelardo, Ufarte, Fernández e il portiere Miguel Reina, il papà del nostro Pepe. Alcuni di essi, con Aragonés divenuto nel frattempo allenatore (un’evenienza che si ripeterà altre volte negli anni successivi), saranno presenti anche nell’ottavo scudetto del 1977 vinto sul filo di lana ancora contro il Barça. Ma sono già entrati nella storia giocandosi col Bayern Monaco la Coppa Campioni persa nel ’74 e trionfando nell’Intercontinentale (giocata per rinuncia dei bavaresi) contro l’Independiente Avellaneda l’anno successivo.
Arrivano poi i turbolenti anni ’80, segnati da continui cambiamenti sulla panca ma anche alla scrivania presidenziale. Finché il 27 giugno 1987 il politico Jesús Gil assume il comando del club dando inizio a un’era che durerà ben 16 annate. Un’era contrassegnata da ottime prestazioni a livello europeo, ma soprattutto dai trofei vinti in campo spagnolo: tre Copas del Rey e, ovviamente, la nona Liga conquistata nel fatidico anno 1996 grazie a una marcia trionfale con pochi brividi, alla quale non riescono a far fronte Barcellona ed Espanyol. E’ l’Atlético di mister Radomir Antić, è lo squadrone che allinea Kiko, Molina, Solozábal, Penev, Vizcaíno, Geli, Caminero e, udite udite, proprio Diego Simeone, reduce dalla sua prima esperienza italiana a Pisa. Ma Gil, già di suo razzista, omofobo, destroide e nostalgico del franchismo, si rende protagonista di alcune malefatte, in quanto accusato di collusioni mafiose e di aver sottratto denaro dalle casse comunali di Marbella (della quale è Sindaco per un decennio) per investirlo nel club. Gli scandali travolgono i madrileni che nel 2000 retrocedono clamorosamente in Segunda División e impiegano ben due stagioni per ritornare su, nuovamente condotti dal saggio Aragonés. Il 28 maggio 2003 diventa presidente Enrique Cerezo, ‘collega’ di Aurelio De Laurentiis (è anch’egli produttore cinematografico). E’ l’inizio della rinascita, del grande ritorno sulla scena nazionale e continentale, in un progress che porta dritto alle due Europa League vinte nel 2010 e nel 2012. Di quest’ultima è già artefice il Cholo Simeone nelle vesti di entrenador. Ma gli manca un’altra perla ambita, che dalle parti del ‘Calderón’ non si vede da una vita: la Liga. Ed eccola, dopo 18 anni: la decima, sudata, sofferta, sospirata dopo i tempi cupi. Quella di Diego e Arda Turan, di Juanfran e di Godín. Di Courtois e di David Villa, di Adrián e di Koke. Del Principito Sosa (a Napoli qualcuno non lo voleva …) e di Miranda, di Diego Costa e Filipe Luís, di Raúl García e di Capitan Gabi nato e cresciuto calcisticamente nella Cantera biancorossa. Un insieme di uomini validi mantenuto coeso e saldo dal loro condottiero. Un gruppo forte e solido al punto da sbaragliare la boriosa concorrenza blanca e blaugrana. E al punto da poter correre verso un altro traguardo prestigioso: la Champions. E per di più in un derby, l’ennesimo, con il Real. Un’occasione ghiotta per entrare nella storia.
¡Hasta la próxima!
