FLAMENCO: EL ALMA DE ANDALUCIA, IL BALLO CHE PIACE ANCHE A CALLETI

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Ciò di cui parleremo in questo numero di “Napoli Olé” è certamente uno dei principali simboli culturali della Spagna nel mondo. Definirlo esclusivamente un ballo, una danza è ben poco. Dovrebbe essere piuttosto concepito globalmente come arte, pura manifestazione estetica, elemento visivo atto a comunicare messaggi, sensazioni, sentimenti. Ma forse anche fermarsi a queste caratteristiche non renderebbe giustizia. Meglio dunque andare oltre e affermare che tale arte affonda le sue radici in un passato non antichissimo, ma pur sempre degno di memoria. Che essa è il segno distintivo e identitario non soltanto per gli spagnoli, ma soprattutto per quel popolo, i gitani, che nel profondo sud della Península, nell’arida e deserta Andalusia, trovarono in una poliedrica espressione artistica il brillante riscatto alle discriminazioni e all’oblio nei quali erano stati relegati dai ‘castizos viejos’. Stiamo parlando del flamenco.

Sebbene i gitani ne siano fieri, sentendolo in sé e al tempo stesso dandone mostra con orgoglio, occorre dire che le sue origini non sono strettamente legate ai protagonisti della poesia di García Lorca. I suoi primordi, sia come musica che come danza, hanno una matrice assai controversa, connessa a quel “meltin’ pot” di etnie che fu l’Andalusia per tempo immemore: musulmani, ebrei, castigliani emigrati nel sud della Spagna, andalusi autoctoni e, appunto, zingari. Incertezza vi è pure sull’etimologia del nome “flamenco”. C’è chi ha ipotizzato che il linguaggio corporale dei ballerini ricordi quello dei fenicotteri, detti “flamencos” in spagnolo: di qui la denominazione. O chi, partendo da una base storico-ideologica, lo ritiene derivante dagli arabi “fellah min gueir ard” (“contadino senza terra”), “fellah-mangu” e “felah-enkum” (“canto dei contadini”), con riferimento alla povertà socio-economica (e culturale) condivisa insieme ai gitani dai ‘moriscos’, messi ai margini dopo essere stati dominatori di quelle terre per secoli. Tuttavia col termine “flamenco” vengono spesso indicati anche gli stessi gitani per la loro “flamancia”, ossia il loro atteggiamento passionale e focoso, acceso e tenace. Per quanto concerne l’aspetto cronologico, non v’è dubbio sul fatto ch’esso nasca intorno alla fine del XVIII secolo, soprattutto nel periodo (1808-12) in cui la Spagna si ribella all’occupazione napoleonica. In confronto ai gusti francesizzanti dell’Illuminismo, che pure aveva attecchito precedentemente, il popolo iberico vede nel gitano, nell’andaluso per eccellenza, l’espressione umana e naturale di quell’individualismo caratterizzante l’ideale romantico. Tale concezione, impregnata di quel viscerale rapporto con la terra tipico del “Sur español”, si unisce alla forte attrazione nutrita per tutto quanto è arte, cultura, costume di questa gloriosa regione. Attrazione da parte dei restanti spagnoli, oltreché degli stranieri affascinati.

Ad ogni modo, nello spiegare per sommi capi il flamenco è necessario partire da un presupposto. Benché esso, specie agli occhi dei turisti, venga presentato come fenomeno folkloristico, non va confuso con altri generi tipicamente andalusi (sevillana, farruca, fandango, seguidilla, bolero eccetera), rimasti fermi a una forma essenzialmente regionale e, anzi, riemersi proprio per le loro contaminazioni con il flamenco stesso al punto da divenirne sue varietà (“palos”). La raffinatezza cui è andato incontro nel corso del tempo, la perfezione e la professionalità raggiunta dai danzatori, dai musicisti (“tocaores”) e dai cantanti (“cantaores”) hanno fatto sì che potesse elevarsi a un rango solenne e di respiro internazionale. Il tutto senza però smarrire il suo carattere popolare, il più profondo, quello maggiormente capace di resistere a tutto. All’ubicazione eccessivamente chic dei cafè chantants d’epoca Liberty. Alle critiche degli intellettuali di fine ‘800 che lo definivano “l’origine dei mali della Spagna” insieme alla corrida. Alle forzature propagandistiche del regime franchista, che lo ridusse a contorno cinematografico e a oggetto di spettacolo per alimentare il turismo nel pieno del “milagro económico” degli anni ’60. E oltre a sopravvivere a se medesimo, il flamenco è stato ulteriormente rivitalizzato da chi, in ogni branca dell’arte, ha voluto riprodurne il suo spirito originario seppur in forme diverse. A livello musicale, fondendolo con rock, pop, jazz, musica classica e, ovviamente, sounds latinoamericani. Ma anche nel campo della stessa danza, laddove s’è riscoperta l’impegno, la dedizione, l’importanza data dai danzatori al loro mestiere. Soprattutto, il loro concepire il ballo come comunicazione, come ‘body language’, linguaggio del corpo; un corpo che, con i suoi movimenti arcuati, sinuosi, tesi (quanto i volti di chi danza) e il ritmo ora lento ora veloce dettato dal battere dei piedi sul pavimento (“zapateado”), esprime sensualità, passione, tragicità, malinconia, intensità, verve. Ossia, l’anima del popolo andaluso, la quintessenza di quella gente sempre ancorata alle tradizioni, alla terra, alla vitalità, ma anche all’amarezza e alla rassegnazione di dover perennemente partire dal basso, di rimanere in condizioni di subalternità rispetto a chi non nasce nell’entroterra del sud e non cresce nelle asperità. E questi sentimenti sono riflessi anche dalla voce dei “cantaores”: a volte roca e amara, quasi lamentosa; altre urlata, prorompente, sincopata. Comunque sia, bella a sentirsi, accompagnata dal suono inconfondibile della chitarra, delle castañuelas, delle mani che battono, dei tacchi che toccano terra. Un’espressione vivida, un messaggio senza tempo, uno spirito, un soffio che dalle viscere della Terra si propaga per il mondo, oltre i vestiti variopinti e tipici e i fiori che ornano i capelli delle artiste. Un’anima. L’anima dell’Andalusia. L’anima della Spagna.

P.S. Callejón, andaluso doc di Motril (Provincia di Granada), ha detto di ascoltare sempre la musica flamenca prima di ogni partita: “E’ così che mi carico. E mi piace vederlo ballare, anche se non so farlo!”. Visto quanto scritto prima e considerata la grinta con cui scende in campo, non è difficile credergli ….

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