Corbo: “Dietro Gabbiadini, l’addio a Benitez”

L’ENTUSIASMO dei mille tifosi all’aeroporto di Capodichino va oltre il cerimoniale degli arrivi. Ci sono sempre, basta che si accenda la lucina rossa di una telecamera. Danno il meglio e il peggio. Ma stavolta è diverso. Neanche loro sanno quanto sia importante per il Napoli l’acquisto di Manolo Gabbiadini. E perché.
PER cominciare, ci sono almeno 5 motivi tecnici. Gabbiadini, classe ’91, è giovane. È italiano. Viene dalla serie A. Alto 1,86. Calcia e segna di sinistro. Quindi: conosce campionato, lingua, gioco. Giocatore che mancava: mancino, il primo fra gli attaccanti, il terzo dopo Britos e Ghoulam. Su quella fascia c’era poco Napoli, Mertens che ora sembra spento sterza sul destro, se la cava meglio Insigne che ha imparato a usare il sinistro nella controfinta, avendo gli avversari scoperto la ripetitività della prima finta per portare la palla sul destro e tirare di interno. L’altezza consente di schierare un elemento in più in difesa e studiare schemi in attacco sulle palle inattive.
Ma Gabbiadini suggerisce molti retropensieri. Pagato senza sconti 13 milioni, tanti di questi tempi, è stato scelto da De Laurentiis e non da Benitez per i buoni rapporti con Massimo Ferrero, il coreografico presidente della Samp è nel giro del cinema. È punta centrale e non esterna: non è quindi il sostituto classico di Insigne ma un ottimo attaccante che si aggiunge a Higuain e Zapata, che conviene trattenere, mancando offerte economiche cospicue. Ricorda Altobelli: ha leve lunghe ma scatto breve, può consentire a Higuain di giocare da seconda punta, un tandem verticale interessante. Sempre che Benitez voglia ripensarci sul modulo.
Nel suo acquisto si legge il probabile addio del professore anglo-spagnolo. E un segnale: il presidente smette di bruciare milioni a gennaio, da Ruiz a Mascara si perde il conto dei colpi a vuoto. Non si perde invece il ricordo di Santana, che Mazzarri propose mediano in una memorabile sconfitta a Catania. Ancora meno fortunata fu il responsabile del mercato quando non portò a termine, a fine stagione, lo scambio di Santana con Candreva, allora nel Cesena, squadra da battere domani sera. Quello sarebbe stato un grande affare: quindi sfumò.
Con Gabbiadini e con Strinic, raccomandato da Edy Reja, tramonta l’era Benitez. L’orgoglio di De Laurentiis sottrae il Napoli alla malinconica rincorsa senza firma, come per fortuna avvenne con Mazzarri. De Laurentiis dice che il Napoli andrà avanti nel segno di Benitez, ma l’allenatore aveva solo accennato la lezione. Oltre al gioco offensivo, predicava strutture, settore giovanile, stadio. A che punto siamo? Strutture nulla, ma il vivaio ha trovato una sistemazione temporanea e molto confortevole: la cittadella sportiva di Sant’Antimo collegata con il futurista centro clinico Igea, un tesoro per la diagnostica dei giovani calciatori. Sullo stadio si rinnova la noiosa polemica con il Comune: utile solo per rinviare le decisioni. Il sindaco de Magistris è affondato in tutto il suo autolesionismo, attaccando De Laurentiis nel periodo che gli restituisce popolarità. Lo stesso presidente rivela che un suo pool di ingegneri valuta sicurezza e staticità, prima di un progetto atteso a Palazzo San Giacomo entro giugno. Solita confusione di ruoli. Il Napoli deve decidere che fare, iniziative commerciali oltre il calcio. Sarebbe opportuno invece lo studio da parte del Comune e ancora meglio del prefetto, autorità tutoria, che firma il certificato di agibilità. Qualcuno dica come sta il San Paolo, aperto 65 anni fa e ricostruito (male) nel 1990. Una roccaforte della Tangentopoli di Napoli.

(Antonio Corbo, La Repubblica Napoli)

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