Ciao Diego, non ti dimenticheremo mai

Le scale scolorite d’azzurro dietro casa di mia nonna sono l’unica testimonianza visiva per me, giovane donna classe ‘92, del Napoli di Maradona.

Io la fortuna di vedere Diego in campo non ce l’ho avuta, però ho un padre per il quale la maglia azzurra è una seconda pelle e che con il Napoli di Maradona è cresciuto. Allora le storie di un padre e di una figlia si incrociano, si sovrappongono, si legano in nome del pallone o per meglio dire “In nome di D10S”.
A Maradona devo il mio essere tifosa del Napoli, con papà che sciorinava le formazioni a memoria, ricordava le gesta di Diego e che me l’ha mostrate in video – come una sorta di svezzamento 2.0 – per farmi capire cosa significasse il “calcio”.

Diego è morto e con lui va via un po’ della storia di Napoli, di chi come mio padre era ragazzo negli anni d’oro per gli azzurri.            Io sono lontana da quelle scale stinte d’azzurro dietro casa di nonna, e allora via messaggio ho chiesto: “Papà come stai? E se potessi salutare Diego cosa gli diresti?”. Mi ha risposto con una lettera aperta e piena di sentimento che ho trovato perfetta per omaggiare Maradona:

Dio è morto. Ciao Diego. Come sto? Oggi ho perso una persona cara, l’uomo dei sogni… quello che ha realizzato i miei.                        Non dovevi Diego, siamo tutti un po’ più soli. Ho riso e pianto alla notizia della tua morte, mi hanno travolto le emozioni, le stesse che ho provato a raccontare a mia figlia. Cresciuta a pane e pallone, la tua favola era la mia preferita ed è diventata anche la sua.                 Io cresciuto con il Napoli di Vinicio, quello che da noi ha portato il calcio all’olandese, o’lione ha convinto molto ma vinto niente… insomma mai avrei potuto immaginare che in quella estate strana dell’ ‘84 grazie a Totonno Iuliano potessi arrivare tu da noi. Il più forte di tutti.
Tu che hai amato Napoli, e noi che come padri, figli, fratelli e amici ti abbiamo ricambiato. Sei diventato il simbolo del riscatto e con te Napoli è salita sul tetto del mondo. Diego ricordo tutto di te, perché la tua storia è paradigmatica: i sogni son desideri ma se ci credi con ferocia si realizzano. E la tua storia è “storia” stessa: il mondiale dell’ ‘86 vinto da solo, la mano de Dios, gli anni al Napoli… Diego, tu un anarchico del pallone, mai servile e che hai detto sempre senza paura quello che pensavi del marcio che c’era nel calcio. Certa gente ha voluto mortificare l’uomo, con la tua dipendenza… ma tu Diego da uomo adulto eri rimasto un bambino e i tuoi occhi – uno squarcio sui giorni a Lanus – lo dimostravano. E avevi  la voglia di prenderti tutto. E l’hai fatto, sei diventato il padrone del mondo Diego e non ti hanno perdonato niente. Hanno provato a minare la tua grandezza, ti hanno portato via il pallone, proprio a te uomo con il cuore di bambino che senza calcio non potevi vivere. Tu, piede sinistro di Dio. Hai rappresentato una favola moderna che non dimenticheremo mai, negli anni hanno provato a paragonarti agli altri ma tu sei… eri… unico. Eterno, il migliore.

Chi come il mio papà è stato giovane e napoletano nel decennio ‘80/ ‘90 ha visto il Rinascimento partenopeo, più fortunato di certo di quelli della mia generazione costretti a esultare per i goal di Bucchi e Pià. Anche noi però oggi piangiamo, perché Diego Armando Maradona ha rappresentato i sogni di ogni ragazzino, il massimo orgoglio quando ci confrontavamo con lo juventino o il milanista di turno.                                                                          “Sì okay sei forte ma noi abbiamo avuto Maradona” è la frase classica di ogni tifoso del Napoli, e ci hanno preso anche in giro per questo accusandoci di essere ancorati al passato. Amare Diego tuttavia – e questo lo possono capire in pochi – è una religione, non è vivere di passato ma nutrirsi di storia.             Difficile dire “addio” per una città a chi ha significato così tanto.

Quelli della mia generazione sono figli del Rinascimento partenopeo, quello fatto da Troisi, Pino Daniele e Diego. Io lontana da casa, pochi minuti dopo la notizia, ho guardato lo stesso video per un’ora: Pino alla chitarra che canta “Je so pazz” alla festa di Ciro Ferrara, con Diego che prima sta in un angolo e poi interviene, in tackle, da protagonista. Lì c’è Napoli in tre minuti e io lontana da casa, canto e piango.

Quanto significa per Napoli Diego Armando Maradona non bastano parole per raccontarlo, anche per noi nati negli anni ‘90: per quelli che si chiamano Diego in suo onore, per i ragazzini che tirano calci a un pallone, e per me che ho rischiato da piccola di diventare interista ma Diego e papà mi hanno “guarita”.

Qualcuno ha scritto che con Diego è morta la poesia e che tutto il resto sarà solo bieca imitazione. Non serviva che ci lasciasse per capirlo: come lui nessuno mai. Adesso è il momento di piangere, tenersi stretti i ricordi, e  per chi come me oggi ha trent’anni di vivere la vita un po’ “alla Maradona”.                               Mi spiego meglio:  da bambino, un piccolissimo Diego disse Ho due sogni, il primo giocare il Mondiale, il secondo vincerlo.
Ecco, tutti noi dovremmo avere l’orgoglio per le nostre origini ma la ferocia di inseguire i nostri sogni, per migliorare e costruirci un futuro degno. Perché ognuno può essere il numero 10 della propria storia. Perché i rigori nella vita li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.
Questo è uno degli insegnamenti più grandi che io giovane donna classe ‘92 ho imparato dalla favola di Diego Armando Maradona. E da napoletana, gli dico “grazie” per avermi fatto innamorare del calcio e per alcuni dei ricordi più belli della mia vita.

Vorrei essere più vicina a casa per sentire il dolore collettivo di questa perdita ma non può essere così: il mondo è cambiato, nell’anno degli stadi vuoti il Dio del calcio è morto. Più passa il tempo e più non sembra vero, ciao Diego sei riuscito a fermare il mondo anche in un momento storico come questo, si parla solo di te. Ciao Diego, chi ama non dimentica e la tua sarà sempre la favola più bella che mi è stata raccontata e che a mia volta un giorno racconterò.

 

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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