CHIEDI ALL’APARTHEID
Vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei. Vietato ai negri. Torna al tuo paese che ci rubi il lavoro. Gli zingari rubano i bambini, i cinesi sono tutti malefici e i polacchi puzzano. Avete assistito in ordine sparso a diversi cliché smaccatamente razzisti. Strisciante e viscido come un’anguilla, il razzismo è un virus che prolifera lì dove regna l’ignoranza. In strada, nei bar e nei mercati, ma spesso anche nei salotti buoni e nei centri di potere. Ovunque ci sia qualcuno che generalizza su un qualsiasi gruppo di persone, lì si sta consumando un atto razzista, piccolo o grande che sia. L’Apartheid, l’Olocausto, il Ku Klux Klan. Provate a raccontare ad una delle vittime di queste tragedie cosa accade ogni maledetta domenica allo stadio: la risposta non vi piacerà. Anzi, magari vi verrà di dare dei razzisti anche a loro. Ragazzi, chi vi scrive è napoletano almeno quanto voi, e soffre come un cane quando vede la sua città violentata dai pregiudizi degli estranei. Vivo a Napoli ma lavoro fuori, e sento una pugnalata quando mi dicono “sei una brava persona, non sembri un vero napoletano”. Questo è ciò che si può definire razzismo, seppur in senso (molto) lato. Ma allo stadio no, allo stadio è zona franca. Lì la gente ci va per sostenere la propria squadra ed è disposta a tutto pur di riuscire nell’intento. Poi com’è ovvio c’è chi è cretino e non riesce ad andare oltre l’insulto fine a se stesso e c’è chi invece riesce a buttarla sull’ironia. Alla fine comunque il succo è quello: il dileggio dell’avversario come fine, il mezzo non importa. C’è qualcosa di molto offensivo nei cori uditi ieri a Milano e a Reggio Emilia, qualcosa che va a toccare eventi che sarebbe meglio non rivangare. Colera e terremoto, due delle tragedie più recenti vissute dal popolo napoletano. È stupido ed è cattivo spargere sale su un certo tipo di ferite, roba con cui il calcio non dovrebbe avere a che fare neanche per scherzo. Ma che discriminazione c’è nel colpire il “nemico” sul suo nervo scoperto? Nessuna, appunto. Anzi, l’offesa gratuita è l’arma più trasversale che ci sia. Non sono razzisti quelli che inneggiano al terremoto come non sono razzisti quelli che inneggiano all’Heysel, né tanto meno quelli che salutano il povero Paparelli in prima porta e gli “amici” della defunta mamma di Materazzi. Parliamo di gente che non ha rispetto per il dolore altrui, quindi imbecilli della più bassa lega, tutti sullo stesso piano. Fate l’appello e ci troverete in mezzo anche parecchi napoletani, checché se ne dica. Tutti figli della stessa mamma, fertile almeno quanto democratica nello scegliere il luogo del parto. A maggior ragione quella mamma non può farne una questione di “etnie” (?) o di luogo di provenienza.Ma che ne parliamo a fare? Lo sport cittadino più diffuso è quello di indignarsi al primo squillo, quale che sia, urlando subito alla discriminazione, che sicuramente fa più rumore dell’abituale “Mamma, Ciccio mi tocca”. Ormai le parole razzismo e vergogna (altro refrain dei perseguitati) sono le più cliccate su Google subito dopo Berlusconi e Youporn. Addirittura c’è chi è riuscito a trovare germi “sospetti” anche nell’ultima pubblicità della Tim, dove il vecchietto napoletano liquida la festa delle ragazze con una battuta ironica e brillante. Ed è disarmante vedere come i più vittimisti siano spesso quelli che si impegnano di meno per scacciare via gli stupidi preconcetti della gente, basati su ridicoli stereotipi che proprio loro non fanno a meno di perpetrare. Basterebbe invece guardare il bicchiere mezzo pieno e rispondere con la superiorità dell’indifferenza: in fondo se anche a Reggio Emilia gli interisti (e non solo loro) “pensano” ai napoletani vuol dire che ne hanno paura, e che probabilmente c’è anche una bella punta di invidia.
