Che colpa abbiamo noi?
Quali sono le accuse che si possono muovere a chi esercita, nel ruolo di giornalista, ben due diritti: quello di cronaca e quello di libertà d’espressione?
Dopo questa domanda-premessa è chiaro: il dito contro di questa settimana non può non puntare all’indirizzo di Gennaro Gattuso. Non per discernere sulle sue doti di allenatore ma per le dichiarazioni rilasciate post Udinese.
A Napoli come a Roma, troppi siti e radio sparano stronzate
Partiamo da un assunto: Gattuso in linea di principio potrebbe avere ragione ma – e il condizionale in questa sede non è usato a caso – ha sbagliato decisamente modi e tempi per esternare il suo pensiero.
Liberissimo Gennaro Ivan Gattuso di credere che ci siano tanti, troppi, giornalisti o pseudo tali, con l’hobby di sparare a zero – più o meno civilmente – su ogni argomento del mondo.
A scrivere, parlare e vivere di calcio siamo in tanti e siamo liberi. In termini più o meno professionali ma LIBERI di criticare quando qualcosa non funziona. In questo Napoli c’è più di una cosa che non va, ma non sarà questa penna a discettare su argomenti di tecnica o di tattica: per quello ci sono gli allenatori.
Gennaro Ivan Gattuso siede sulla panchina del Napoli e ad oggi il suo valore – supponiamo – gigantesco di allenatore è tutto da dimostrare. Sono molte le cose che non funzionano in questo Napoli, ma non staremo a puntare il dito su moduli, scelte tecniche o societarie.
Il Nostro interesse, in quanto giornalisti, sta nel battere il ferro su un tema: la libertà di pensiero, e sì pure quella di dire qualche stronzata quando capita.
Perché se scegli, dopo una vita consacrata al calcio, di intraprendere la carriera da allenatore non puoi per nessuna ragione al mondo dire quanto hai detto. Pensarlo è un conto, affermarlo diventa un’altra storia. Appari come il cugino lontano del Ringhio che al Milan mordeva le caviglie agli avversari. Appari fragile, condizionabile, senza carattere. E se le défaillances in panchina potranno essere dimenticate, questa uscita come uomo a uno come Gennaro Gattuso non la si perdona. Lui che ha costruito la sua storia, fino ad alzare la Coppa del Mondo, sulla GRINTA non può davvero pensare – e farsi influenzare – da parole vomitate in radio o da articoli scritti su una pagina Facebook. Tantomeno può raccontarsi la favola che le critiche possano svilire i suoi ragazzi e il suo lavoro.
Che poi Napoli sia un mondo a parte, dove si vive il calcio come pagana religione questo lo sappiamo fin troppo bene. Che ci siano giornalisti con la G maiuscola e “pennivendoli” pure. Tuttavia a un uomo di sport certe parole non possono essere perdonate.
Cosa avrebbe fatto oggi Gennaro Gattuso, se avesse avuto vent’anni e sui social rossoneri lo avessero tacciato d’essere un brocco? Avrebbe stampato la foto del profilo del tifoso X per cercarlo all’uscita del Meazza? No. Il Ringhio che abbiamo apprezzato e conosciuto avrebbe corso più forte, giocato con più cattiveria.
Ieri era il passato, oggi è allenatore.
In queste nuove vesti non potrà per sempre vivere della fama conquistata sui campi: è ora di crescere Gennaro.
È ora di dimostrare, di zittire i fischi che si stanno levando da ogni parte.
Perché tutti hanno il diritto di cronaca e critica, anche quelli che non ci piacciono, anche chi parla senza mettere in fila due congiuntivi o un pensiero di senso compiuto. In mezzo al mare di “stronzate” c’è però chi il suo diritto lo esercita, non prendiamoci in giro, un po’ meglio di altri e andrebbe ascoltato.
E forse, da uno che da medianaccio s’è costruito la fama di uomo vero ci aspetteremmo delle scuse. Allora Gennaro Ivan Gattuso, mister, ci permettiamo di rivolgerci direttamente a te:
Zittiscici tutti, dalle radio alle tv ma con i fatti. Quelli che competono a un allenatore, perché per ora le stronzate più o meno civili sono veritiere e i fatti ti stanno dando torto.
Dimostra a tutti che sbagliano e che ad avere ragione sei solo tu. Se però ti rendi conto che le urla sono troppo forti, sii l’uomo che il mito ti ha costruito addosso e esci dal campo.
Lasciaci al Nostro modo sacro di vivere il paganesimo del calcio. Roma e Napoli non assomigliano in niente a Milano, e quello che ferisce di più è che tu, da calabrese puro sangue, avresti dovuto saperlo meglio di ogni altro.


