ANCHE I RICCHI PIANGONO, E NE HANNO TUTTO IL DIRITTO

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D’accordo, ci siamo arrabbiati abbastanza, ora possiamo anche iniziare a ragionare. È inquietante quanto siano  spesso superficiali i giudizi dell’opinione pubblica, ogni volta che sbuca una notizia un attimo più pregnante del risultato della Domenica o dell’errore arbitrale. Si tende ad avere per qualsiasi evento lo stesso metro di giudizio leggero e immediato che si usa per guardare un’azione alla moviola. Lo abbiamo fatto anche per lo sciopero proclamato dall’AIC. Tutti scandalizzati dal fatto che una categoria di ragazzi lautamente stipendiati si unisse al coro dei lavoratori “normali” e protestasse come ogni altro. Perfino politici e giornalisti, gente pagata (si presume) per pensare più e meglio dell’avventore del bar sport, ad indignarsi in diretta radiotelevisiva per il bambino viziato che mette il muso e incrocia le braccia. Prendono tutti quei soldi, come osano ribellarsi?

Complimenti, pilotati da un trasporto emozionale dettato più che altro dall’invidia siamo riusciti a fare il gioco dei padroni. Guardiamo il conto in banca del calciatore e accecati da tanti zeri dimentichiamo che anche lui, come ognuno di noi poveri mortali, è un dipendente regolarmente (spesso neanche tanto) stipendiato da un datore di lavoro molto più ricco di lui. Come tale ha anch’egli dei diritti, oltre a doveri ai quali ottempera regolarmente, giorno dopo giorno. Salvo qualche Adriano qui e lì, ma quelli sbucano in ogni categoria professionale. Ora non è solo perché hanno una busta paga migliore della nostra che possiamo condannarli a fare i robot, a dire sempre sì a chi dà loro la pecunia e quindi pretende di comandarli a bacchetta. Per giunta in molti dimenticano che non esistono solo gli Ibrahimovic e i Totti. In rosa c’è anche chi porta le borracce in silenzio e prende poche migliaia di euro al mese; soldi che puoi incassare pochi anni, poi diventi un signor nessuno che deve sudare come o anche più degli altri per trovarsi un lavoro. Ma non divaghiamo, non è neanche questo il punto; perché chiunque abbia guardato qualche centimetro oltre il velo della demagogia saprà benissimo che i denari, in questa mini-rivolta, c’entrano quanto i cavoli a merenda. L’oggetto del contendere è il cosiddetto “contratto collettivo”, che la nuova Lega di serie A sta discutendo da mesi con l’AIC, il sindacato dei calciatori. Sostanzialmente il mancato accordo verte su otto punti di questo contratto, quelli che a giudizio dei calciatori sono più lesivi delle loro libertà personali. Alcune contestazioni sono sacrosante, altre solo condivisibili, altre ancora invece sembrano effettivamente capricci di miliardari viziati. Senza entrare nel merito, a questo link (http://www.pianetanapoli.it/ultimissime.asp?art=42158&day=13&month=9&year=2010) ci sono le otto questioni: poi ognuno è libero di farsi la sua idea su ogni punto, purché sia suffragata da un’informazione corretta e completa.

Potrà anche essere poco popolare e ancor meno populista, ma Oddo e i suoi colleghi, una volta tanto, stanno dicendo di no a ragioni tutt’altro che venali. In effetti alcuni punti del famigerato contratto penalizzerebbero i calciatori, soprattutto i meno fortunati (sempre relativamente, è ovvio) più sul piano umano che su quello economico. Perciò mai come in questo caso l’indignazione popolare è fuori luogo, per questi motivi uno sciopero di calciatori merita lo stesso identico rispetto di uno di operai. Il problema non è il come il quando o il perché, ma qualcosa di molto più profondo e insindacabile: il diritto di tutti i dipendenti, ricchi o poveri che siano, di far valere i propri diritti e fare clamorose serrate, se necessario. Non esistono scioperi di serie A ed altri di serie B, e se vogliamo auspicare una legge uguale per tutti dobbiamo essere obiettivi e riconoscere che anche chi guadagna di più ha il diritto di avere pretese, ancorché legittime, nei confronti del datore di lavoro. Altrimenti che uguaglianza è?

 

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