SI’, IL TEMPO E’ STATO GALANTUOMO…
“Il tempo è galantuomo”. Quante volte ci siamo sentiti ripetere in questi cinque anni la frase in questione, amatissima dall’ormai ex dg del Napoli Pierpaolo Marino. Per lui aveva il significato che col tempo tutta la verità, a livello calcistico e non, finisce per venire fuori ed in effetti così è stato. Il tempo è stato galantuomo. Alla fine, dopo cinque lunghi anni di interregno incontrastato, la verità sulla gestione del direttore è venuta fuori grazie alla viva, anzi vivissima, voce del presidente De Laurentiis, così come sono venuti fuori, nel corso di questi anni, i valori tecnici di una buona parte dei calciatori acquistati da Marino e per i quali sono stati sperperati fior di milioni. Una gestione monarchica e quasi patriarcale, quella del direttore dittatore, che sceglieva dal calciatore più pagato alla marca della carta igienica presente nei bagni di Castelvolturno, anacronistica se rapportata all’epoca in cui vive il calcio di oggi e soprattutto se si parla della quarta squadra italiana per bacino d’utenza, e non un club di C. Ha finito per rendere il Napoli una società provinciale.
Già, la serie C. A Marino va riconosciuto l’attaccamento ed il coraggio che ha avuto nell’accettare di ripartire da zero insieme al Napoli, ma col tempo ha sperperato tutto il suo bonus di gratitudine con l’ambiente a causa della sua presunzione e della sua testardaggine nel voler perseverare in alcuni errori, uno su tutti quello di non voler acquistare in 5 anni un fluidificante sinistro. Quella in questione è stato definita da tutti come la manchevolezza più eclatante della gestione Marino e proprio per questo deve essere presa a manifesto del suo modo di agire e di andare contro tutti e contro l’evidenza pur di vincere una sua scommessa personale, giocando sulla sua pelle, ma soprattutto sulla pelle del Napoli, che di fatto ancora oggi, dopo 5 anni, si ritrova con una rosa incompleta e monca, nonostante i 52 milioni di euro scuciti nel mercato estivo. Non può essere considerato un miracolo il ritorno in A in 3 anni per una società come il Napoli, così come non si può vivere in eterno di gloria scaturita dalle intuizioni Hamsik e Lavezzi. La gestione complessiva del giocattolo Napoli da parte di Marino, di fatto, è stata caratterizzata da più contro che pro, altrimenti De Laurentiis, che ben conosce le questioni azzurre dal di dentro, non sarebbe mai sbottato pubblicamente in quel modo. Il vaso doveva essere davvero traboccante di gocce pesanti come macigni per scatenare la furia e la rabbia che il presidente ha esibito ieri in sala stampa. Il dg irpino ha voluto rimanere in paradiso a dispetto dei santi, quando avrebbe potuto chiudere la sua esperienza in azzurro nella scorsa primavera da apparente vincitore, insieme a Reja. Aveva ormai rotto con l’ambiente in generale, con i giocatori, con l’allenatore Donadoni con il quale non si era mai amato sin dal primo giorno, ma soprattutto aveva rotto con il presidente già da tempo, visto che lo stesso continuava a stuzzicarlo da oramai 6 mesi a questa parte. Forse quello di ieri è stato solo il naturale epilogo di una situazione ormai chiara e lampante a tutti da mesi, la corda l’ha voluta tirare fino alla fine Marino, senza intuire da persona furba qual è, che l’incantesimo era ormai finito e che il suo futuro al Napoli era ormai segnato. Il segno del cambiamento è stato immediato e lo si è avvertito inequivocabilmente quando Lavezzi dopo la partita si è presentato in sala stampa.
Un maestro di comunicazione come De Laurentiis, ne siamo certi, saprà infatti mettere ordine anche in tali questioni e si spera che finalmente siano finiti i tempi dei lunghi e grotteschi silenzi stampa degli ultimi anni. Anche il rapporto con gli organi d’informazione, avuto da Marino in questo quinquennio, era a dir poco travagliato e tortuoso, se si eccettuano i pochi noti, pronti a tacere sempre e comunque per una notizia o un’esclusiva in più. Ora, si spera, anche i giornalisti onesti e professionali potranno tornare a fare il loro mestiere senza ostacoli e a dire, come del resto sarebbe loro diritto e dovere, la verità sempre e comunque, senza che ci siano più ritorsioni o altri comportamenti inamichevoli verso chi non era disposto ad allinearsi alla linea “direttoriale”, soprattutto quando questa andava a cozzare con il bene del Napoli e dei suoi tifosi. Ha ragione De Laurentiis, dunque, era proprio giunto il momento del reset. Un dirigente quello irpino che aveva iniziato la sua carriera nel calcio da giornalista sportivo, quindi facendo l’arbitro, quindi il portaborse del commendatore Sibilia ad Avellino, fino a diventare direttore sportivo e direttore generale. E’ finita la sua epopea di bugie e meschinità, tanti i calciatori andati via da Napoli sotto la sua gestione che avrebbero qualcosa da ridire per come sono stati trattati dal punto di vista umano da questo signore . Possiamo partire da Nicola Mora, quindi Gennaro Scarlato, quindi Samuele Dalla Bona, Maurizio Domizzi e per ultimo Daniele Mannini.
E si chieda ai procuratori di Pasquale Foggia e Francesco Lodi perché i loro assistiti non sono giunti a Napoli. Chiediamoci poi perché alcuni giocatori come Pazienza, Rinaudo, Aronica e gli argentini sono stati pagati per un valore nettamente superiore alle loro qualità tecniche e sono stati onorati di ingaggi particolarmente esosi. Ma Aurelio ha capito tutto e ha deciso di intervenire e frenare questa situazione aberrante.Per questo ora il progetto Napoli può ripartire con basi si spera solide, ma soprattutto scevro da condizionamenti di qualsiasi genere e finalmente sgombro da quel fardello di substrato ormai marcio che era costretto a portarsi dietro negli ultimi tempi. Ora è il momento di collaborare tutti insieme uniti per un unico scopo, il bene del Napoli, al quale dovranno poter partecipare tutte le componenti ambientali, società, squadra, tifosi e organi d’informazione, senza più figli e figliastri come accaduto fino a ieri l’altro.
