L’ISOLA FELICE

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Inghilterra 3, Italia 0. Il verdetto, impietoso, è giunto dal trittico di sfide incrociate per andare avanti in Champions’ League. Arsenal, Chelsea e Manchester, in rigoroso ordine alfabetico, contro Roma, Juventus e Inter, in rigoroso ordine di carnefice. Tre scoppole sonore, più che altro in quanto sono arrivate in contemporanea. Perché a dirla tutta le nostre non hanno per nulla demeritato, specie al ritorno quando hanno messo in seria difficoltà le comunque vincenti avversarie. La Roma più delle altre meritava di passare, e se non fosse stato per l’incomprensibile rigore di Vucinic probabilmente l’avrebbe anche fatto. Inter e Juve hanno comunque lottato fino all’ultimo, gettando le armi solo quando il tempo è inesorabilmente scaduto. I risultati però parlano chiaro, e si sa, dicono più di qualunque valutazione tecnica: un cappotto senza appello. E com’è ovvio scattano le riflessioni postume.

È lampante che il calcio inglese sia anni luce avanti a quello italiano, non c’era bisogno della disfatta europea per capirlo. Anzi, semmai le prestazioni gagliarde fornite dalle nostre limitano il gap che in realtà è anche più ampio di quanto dicano i numeri. Basta confrontare il centrale che schierava l’Inter in difesa, Rivas (ok, è l’ultimo dei difensori interisti, ma il penultimo è Burdisso…), con il Vidic che ha deciso gara due. Basta pensare che la Roma all’Emirates Stadium ha presentato l’impresentabile Loria, che nell’Arsenal potrebbe fare forse lo steward fuori allo stadio, con il faccino delicato che si ritrova. Basta dire che Amauri è considerato il Drogba dei poveri per cogliere il divario che intercorre tra Juve e Chelsea. E ci siamo limitati solo agli esempi più eclatanti, ai quali però possiamo aggiungere come parziale attenuante il fatto che le nostre sono effettivamente giunte falcidiate all’impegno. Roma, Juve e Inter avevano mezza squadra titolare in campo, l’altra metà era squalificata o in infermeria. Ma è una giustificazione parziale, appunto, una simile disfatta non può aggrapparsi sulle scuse seppur plausibili: oltremanica la sanno più lunga di noi. La differenza sta in tante cose. In primis la cultura calcistica e la morbosità degli addetti ai lavori nostri connazionali, che porta le italiane ad affrontare simili gare con un livello di stress molto più elevato; gli inglesi al massimo possono preoccuparsi se hanno qualche scappatella extraconiugale, altro che sudditanza arbitrale e fuorigioco fantasma. Poi c’è sicuramente una preparazione atletica diversa, le nostre hanno pagato dazio anche a livello fisico, oltre che tecnico. Se ci aggiungiamo anche la già citata questione assenze possiamo renderci conto che la disfatta era né più né meno un’equazione matematica, in cui bisognava scegliere solo numeri e fattori poiché il risultato era già scritto.

Eppure, sebbene l’abbiamo lasciato consapevolmente in fondo all’analisi, il motivo più valido di tutti è quello che emerge più in superficie. La differenza (quella vera) tra calcio italiano e calcio inglese sta tutta nell’aspetto economico. Perfino Moratti, l’uomo più prodigo d’Italia, si sogna di notte il patrimonio che può offrire un Glazer (proprietario del Manchester, ndr) o un Abramovich. Come si può sperare di essere sullo stesso pianeta quando si hanno budget così sfalsati? Sarebbe come pretendere che in Italia una Fiorentina o un Palermo competessero, appunto, con l’Inter. C’è un dato che però non analizza mai nessuno: gran parte dei fondi a disposizione delle squadre inglesi provengono da magnati che giocano al Monopoli, spendendo e spandendo come Paris Hilton con i vestiti. Nel momento in cui i miliardari si stancheranno di giocare tutta l’impalcatura rischia di collassare su se stessa, in un remake di quanto accadde in Italia alla fine degli anni novanta. Intanto, allo stato attuale delle cose, dobbiamo attenerci alla due giorni italo-inglese della scorsa settimana e ammetterlo a testa china: ora come ora English do it better, senza se e senza ma.

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