Tatticamente – L’ottimismo di Koulibaly e le false aspettative su Lozano

È un enorme passo indietro sotto qualsiasi punto di vista: il Napoli perde ancora terreno in classifica ma soprattutto delle nuove certezze che dal Liverpool in poi stava cercando di consolidare. Innanzitutto sul piano del gioco: s’avvertiva infatti la netta sensazione che la squadra di Ancelotti stesse via via sciorinando un calcio sempre più fluido e che alcuni meccanismi fossero vicini a trasformarsi finalmente in degli automatismi riconosciuti e riconoscibili; inoltre i gol subiti iniziavano a diminuire e contestualmente l’efficacia offensiva rimaneva inalterata. Col Cagliari non abbiamo rivisto nulla di tutto ciò: il Napoli si è completamente smarrito di fronte alla più classica delle contromosse che una formazione inferiore possa adottare quando affronta una big in trasferta: difesa a oltranza e contropiede. Atteggiamento assolutamente lecito quello di Maran: il calcio è pieno di partite vinte con un solo tiro in porta, dunque nessuno scandalo. Anzi, il dato preoccupante, per Ancelotti, è che probabilmente gli ospiti hanno creato l’azione migliore di tutto il match, mettendo un proprio attaccante solo davanti al portiere.

Il Napoli un presupposto del genere, benchè abbia complessivamente “dominato”, non l’ha mai costruito: Olsen ha compiuto diverse parate, certamente non miracoli. I tentativi del Napoli sono stati spesso occasionali e situazionali, a tratti frutto d’improvvisazione individuale piuttosto che d’una organizzazione collettiva. Il Napoli ha sbagliato approccio, e questo è apparso abbastanza evidente oltre che difficile da spiegarsi. Ma nel corso della gara comunque non è venuto a capo del bandolo della matassa: il Cagliari ha disinnescato quasi tutte le mosse di Ancelotti, quella iniziale dei piccoletti che attaccavano la profondità ma in parte anche quella finale, con il doppio centravanti fisico come a Lecce che ha funzionato soltanto con Llorente e molto meno con Milik, praticamente non pervenuto. Non pervenuto come Lozano, che Ancelotti continua a schierare in un ruolo che abbassa notevolmente il livello della sua prestazione ed il range delle sue potenzialità: messicano inoperoso da punta centrale, sin qui ha dato il meglio di sè soltanto nel secondo tempo di Torino, in concomitanza con un vistoso calo di ritmo e d’intensità d’una partita di fine agosto che ha evidenziato oltremodo le sue capacità da contropiedista in un momento specifico in cui era saltato ogni schema e bastava appena lo spunto in velocità di una forza fresca per superare l’uomo. Ancelotti la pensa diversamente: piccata la sua risposta a chi gli ha chiesto delle difficoltà dell’ex Psv nel districarsi in una zona di campo non particolarmente avvezza alle sue caratteristiche. Ancelotti è praticamente convinto sia un attaccante. Un po’ come lo era su Insigne, sbagliando clamorosamente: lo stesso Lorenzo gli ha poi espresso, la scorsa estate, la preferenza di partire dall’esterno invece che ricevere il pallone spalle alla porta ed entrare in spazi troppo stretti e intasati, dove tra le intenzioni (di mercato) del Napoli di quest’anno c’era ad esempio quella di portarci uno alla James Rodriguez (tanto per intenderci). Ad oggi l’apporto di Lozano è da considerarsi sostanzialmente improduttivo: poco coinvolto nel gioco, non sembra avere né il fisico né l’istinto del bomber che protegge, scarica sui compagni e ritorna indietro a riattaccare l’area di rigore aspettando un cross dalle fasce. Inevitabile, allora, che una volta arrivati sul fondo, i terzini e gli esterni ricominciassero l’azione da capo nella speranza di imbucare per vie centrali, sfruttando la vicinanza di Insigne, Mertens e appunto Lozano. Ancelotti credeva di trovare maggiori varchi una volta allargato il dispositivo avversario lasciando come al solito sia a Di Lorenzo che Mario Rui la libertà di spingere; in realtà è sbattuto contro una retroguardia ben supportata da una diga mediana che picchiava duro in quanto composta da calciatori dotati fisicamente e abili nei contrasti, che hanno fatto buona guardia almeno fino all’ingresso di Llorente. Non a caso, nella ripresa, anche la prestazione di Mertens a un certo punto è cresciuta: un riferimento statico in area di rigore, che facesse al posto suo il lavoro sporco che nel primo tempo gli era stato affidato in compartecipazione con Lozano, ha consentito al belga di tagliare il campo in orizzontale e di svariare praticamente da destra a sinistra, girare intorno ad un centravanti di ruolo e provare anche la conclusione da fuori.





