Tatticamente – Tanto Sarri e un pò d’Ancelotti: sta nascendo il nuovo Napoli

Il Napoli che alla fine batte meritatamente e nettamente la Lazio non è totalmente quello di Carlo Ancelotti. E’ bene sgombrare subito il campo dagli equivoci. Lo sanno tutti, in primis lui. Ed è giusto, normale che sia così. Che la squadra si muovesse, a tratti, esattamente come le chiedeva di fare Sarri appena tre mesi fa: alta, corta, stretta, triangoli, verticalizzazioni, possesso, tagli. Tutto questo da un certo punto della gara in avanti. Soltanto da allora. E’ parso come uno spartiacque il vantaggio di Immobile: un Napoli disastroso prima, un Napoli ritrovato (almeno) poi. Lenta, timida – l’ha definita il tecnico – la partenza degli azzurri: il precampionato difficile e qualche certezza venuta meno avevano fatto temere il peggio, tolto l’entusiasmo della scorsa stagione. Quindi ci mette del suo anche Ancelotti, che qualche errore lo commette pure lui, proprio come Sarri, Benitez, Mazzarri (tra i più vituperati), come tutti gli uomini che tra mille decisioni da prendere, una la sbagliano. Dov’è l’errore? Nella comunicazione, in un messaggio ben preciso arrivato nella bollente (e non solo per le temperature) serata di Wolsfburg: “Male nel pressing, dalla prossima (Lazio, ndr) ci abbasseremo”. Ebbene quella dichiarazione che sembrava pericolosissima, presagire un forte, radicale cambiamento di mentalità, oltre che uno scostamento prematuro dall’idea di calcio precedente – di cui il gruppo è tutt’ora evidentemente imbevuto -, in realtà si è veramente materializzata, manifestata, tramutata in campo, nei primi orribili, scriteriati venti minuti dell'”Olimpico”. I calciatori l’hanno recepita, eseguita, nel rispetto massimo che un gruppo sano – lo ripete spesso Ancelotti – deve nutrire nei confronti d’un nuovo timoniere (non proprio un tizio qualsiasi, per-giunta, facile da snobbare). Ancelotti aveva chiesto ai suoi un atteggiamento strategico, più che tattico, diverso: c’è chi lo chiama rinunciatario, chi “all’italiana”; insomma prudente, concreto, pratico, difensivista, ‘contropiedista’. Meno generosi nell’andare a pressare feroci in avanti ed il contestuale arretramento della linea, del baricentro: secondo Ancelotti, il Napoli avrebbe dovuto distendersi alla distanza, tenere bene le posizioni, rischiare il meno possibile, giocando sugli altri, addosso all’avversario – non aprendo spazi ad una Lazio molto abile a penetrarli in velocità -, piuttosto che assecondare se stessi, la propria originaria natura, ossia quella d’affrancarsi da ogni logica speculatrice e padroneggiare sempre e comunque. Il risultato prodotto, al netto del gol subito figlio d’una pessima lettura individuale (addirittura di tre unità, in triplo “fallo” contemporaneo), suona come una sentenza: il Napoli “senza” ed il Napoli “con” il pallone sono due pianeti distanti, lontani un pò di anni luce, incapaci di coniugarsi, mantenere inalterate le distanze ed in equilibrio il sistema intero; è sembrato entrare in crisi d’identità – e di conseguenza di qualità – il device studiato da Ancelotti, proprio quando da questi è arrivato l’input di provare a cominciare a rompere col passato, con l’obiettivo e nella speranza di proporre cose nuove, ugualmente efficaci, alternative e non certamente sostitutive delle recenti manovre. E’ andato meglio, decisamente meglio nel momento in cui si sono incastrati due aspetti decisivi: da un lato, la Lazio ha creduto d’aver vinto il match al 25′, e che bastasse difendersi strenuamente da un Napoli inerme, palesemente disordinato e disorientato; e dall’altro, lo stesso Napoli, dal canto suo, ha a poco a poco guadagnato campo, preso in mano le redini e riversato le proprie truppe in attacco, impedendo ai biancocelesti di rientrare mentalmente in partita.

Quarto d’ora finale del primo tempo, quarto d’ora iniziale della ripresa trascorsi interamente nella trequarti difensiva della Lazio. E quando il Napoli gioca così, le palle gol le crea e soprattutto non le lascia. Avvolgenti, d’assalto le operazioni offensive condotte dalla formazione di Ancelotti una volta superato l’impasse di cui sopra. Interessante lo sviluppo dell’azione che porta al gol-vittoria di Insigne: un inedito spiegamento, che giustifica la personalizzazione del gioco che a piccole dosi Carlo Ancelotti ha intenzione di realizzare. Quattro uomini in area di rigore, più uno a rimorchio – colui che andrà a battere a rete: ci sono persino le due mezzali, Zielinski e Allan, che andrà a propiziare l’assist per Insigne mettendoci lo zampino con una giocata che immaginiamo involontaria quanto estremamente determinante. Quindi il cross di Hysaj, che certifica l’importanza dei terzini per Ancelotti: Insigne “ignora” l’accorrente Mario Rui, qui non inquadrato ma che al pari dell’albanese aveva accompagnato sull’altro fronte, preferendo liberare il lato debole proprio in direzione di Hysaj, che di prima intenzione scaricherà nel mezzo. Affollamento in area di rigore ed il coinvolgimento di tanti uomini a far male: un must ‘ancelottiano’.

 

Dal palleggio incessante a sprazzi di contropiede: il Napoli di Ancelotti passa e passerà anche per questo tipo di soluzione. Recuperato il pallone, si va di ripartenza. Uno, due tocchi e palla alle punte che direttamente cercano la porta. Tre contro tre. Il terzo è Hysaj e non Callejon, reo d’aver intercettato la palla un attimo prima: spesso vedremo uno dei due laterali bassi provare, a turno, coraggiose galoppate atte ad affiancare oppure a scavalcare, come in questo caso, gli esterni d’attacco. Ancelotti vuole che Hysaj e Mario Rui siano sempre presenti dalla cintola in sù, si facciano trovare pronti là dove l’inerzia chiede loro di essere. Concentrazione in fase passiva ed intraprendenza nella spinta; ampiezza e cambi di gioco: al centro le iniziative individuali dei singoli. Elseid Hysaj, un simbolo dello scacchiere di Sarri: la vecchia guarda che si presta a nuove abitudini. A tutta fascia!

 

Il Napoli chiude la disputa serrando i ranghi. Ancelotti gioca l’ultima carta: Rog per Zielinski. Apparentemente una di quelle sostituzioni ininfluenti tatticamente, utili soltanto a far rifiatare il titolare che chiede il cambio. Ed invece no: con l’ingresso del croato e quello precedente di Mertens in luogo di Insigne, il Napoli alza la diga a centrocampo, aumentandone la densità e pareggiando la superiorità numerica della Lazio, disponendosi con un 4-4-1-1. Questione di caratteristiche: Zielinski è giocatore di fioretto, con un passo cadenzato; Rog è un esagitato dalla grande corsa. E a pochi scampoli dalla conclusione, la mossa di Ancelotti si rivela azzeccata: Callejon s’abbassa sulla linea mediana, composta da Allan, Diawara e completata appunto da Rog a sinistra, mentre Mertens va in sostengo di Milik nel ruolo del trequartista alle spalle del centravanti. In mancanza della terza marcatura a sigillo del punteggio, Ancelotti bada al sodo: duttilità e intelligenza a protezione del risultato.

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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