LUCA FUSI:UN GIOCATORE SIGNORE,UN SIGNOR GIOCATORE
E’ stato il "Damiano Tommasi" degli anni ’80, o se preferite è il giocatore veronese ad essere il Fusi del 2000.
Luca Fusi, nato a Lecco il 7/6/1963, 8 presenze in Nazionale equamente distribuite fra Sampdoria, Napoli e Torino si distingueva (e si distingue tuttora) per disponibilità e semplicità, in un mondo dove, già ai tempi in cui giocava, il "divismo" di stile Hollywoodiano cominciava prepotentemente a prendere piede.
Fusi, invece, si notava proprio perché …. non si notava mai, troppo impegnato a svolgere al meglio il suo lavoro in campo, senza mai incorrere in alcuna polemica, sia dentro che fuori dal campo. Non cedeva mai neanche ad interventi pericolosi perchè l’incolumità dell’avversario, nonostante fosse un mediano (poi libero) tignoso, assai difficile da superare.
Oggi è il tecnico della primavera del Cesena, dopo una lunga milizia nel settore giovane dell’Atalanta. Signor Fusi, come vanno le cose in Romagna?
"Nel complesso bene, anche se i risultati fino ad ora hanno lasciato un po’ a desiderare. Certo, a livello giovanile, le vittorie o le sconfitte hanno una valenza diversa rispetto al calcio professionistico, ma se vengono tanto di guadagnato … comunque la stagione è ancora agli inizi, sono fiducioso che il futuro possa essere diverso".Il calcio, i primi calci …. "Sono di Lecco, ma l’intera trafila nel settore giovanile l’ho fatta con la maglia del Como, finendo con l’esordire in serie A sul finire del Campionato 1981-’82, proprio contro il Cesena. Quella fu una stagione un po’ particolare, con la squadra che purtroppo era retrocessa da tempo, quando decisero (vista la situazione) di lanciare in prima squadra diversi giovani, fra i quali il sottoscritto. L’anno dopo divenni titolare fisso in serie B, sfiorammo la promozione poi persa agli spareggi, che però conquistammo autorevolmente nella stagione seguente (1983-’84)".E per la serie A, ecco arrivare in panchina Ottavo Bianchi. "Da subito fra me e il Mister si instaurò un rapporto di grande stima. Bianchi credeva molto nelle mie possibilità, riuscendo a dare al mio gioco un’impronta ben delineata, tanto da farmi arrivare in Nazionale; per la mia carriera l’incontro con Bianchi ha avuto una valenza fondamentale". Dopo un’altra stagione a Como, l’approdo in una squadra di grosse ambizioni: la Sampdoria di Vialli e Mancini. "Allenatore era Vujadin Boskov, personaggio dotato di un carisma incredibile. Noi giocatori, tutti giovani, stringemmo un patto: stabilimmo che nessuno di noi doveva lasciare la Sampdoria prima di aver vinto qualcosa d’importante. Questo naturalmente aiutò molto alla "cementificazione" del gruppo, davvero unito in tutto e per tutto. Verso la fine del secondo Campionato però (1987-’88) benché partissi quasi sempre fra gli undici titolari, venni spesso sostituito, forse perché girava insistentemente la voce della mia partenza verso Napoli". Fu Ottavio Bianchi, il suo mentore, a favorire il suo sbarco a Mergellina?
"Sì, fu Bianchi che richiese il mio acquisto, conoscendomi già dai tempi di Como. Arrivai a Napoli con un po’ di timore perché per la prima volta mi allontanavo tanto dalle mie radici. Ma dopo poco tempo, grazie all’aiuto di tutto l’ambiente non ebbi più problemi di questo tipo, conquistato dall’affetto che circondava me e i miei compagni da parte dell’intera città. Eravamo un gruppo davvero unito, ed i risultati che raggiungemmo (Coppa Uefa ’89 e Scudetto ’90) stanno a testimoniarlo". A parte i successi, qual è il ricordo più bello che si è portato dietro dalla nostra città? "Quello che rammento con maggior piacere è il rapporto che instaurai con la gente di Soccavo, a cominciare dai ragazzi delsettore giovanile per proseguire con il cuoco, il magazziniere, il custode, insomma un po’ con tutti. Sono ricordi sempre vivissimi nella mia mente". Dopo due anni, però, arriva inatteso l’addio, subito dopo la conquista dello scudetto (89-’90), Luca Fusi fa nuovamente le valige, destinazione Torino, sponda Granata. Cosa motivò la sua cessione? "All’inizio della stagione si infortunò abbastanza seriamente il nostro libero Alessandro Renica, che saltò praticamente l’intero campionato. Fui schierato in quel ruolo da Albertino Bigon, e qualcuno cominciò a far girare la voce che svolgessi quel compito di malavoglia, per timore di perdere la convocazione in Nazionale per la Coppa del Mondo da disputarsi in Italia. Tutto questo generò una serie di equivoci con il tecnico padovano, ed a fine anno fu inevitabile il divorzio". Due anni dopo, fu proprio lei a realizzare il gol decisivo in un Napoli Torino terminato 0-1.
"Fu una sensazione strana, quasi irreale per me, habituè del S. Paolo, segnai con una gran botta da fuori, ed osservando lo stadio ammutolito capii che l’avevo fatta davvero grossa …. Anche nell’anno dello scudetto, realizzai un gol decisivo in un ambiente surreale, a Firenze (Fiorentina-Napoli 0-1) con i tifosi Viola in silenzio per uno sciopero del tipo organizzato". Le buone prove fornite con il Torino nei quattro anni in cui ha giocato (’90-’94) scatenano l’interesse dei rivali storici dei Granata: la Juventus di Marcello Lippi. "Sono stati due anni di grosse soddisfazioni, con lo scudetto vinto nel 1995 e la Champions League conquistata nel 1996, anche se in Coppa disputai un solo incontro. In seguito ho chiuso la carriera oltre frontiera, in Svizzera con la maglia del Lugano".Con quali compagni nel Napoli legò maggiormente? "Un po’ con tutti, come ho detto prima eravamo davvero un bel gruppo, unito sia nella buona che nella cattiva sorte. Ricordo con piacere i viaggi che affrontavamo io, Ferrara, Francini, Crippa per rispondere alle convocazioni in Nazionale di Azeglio Vicini. Bei tempi davvero …".Il dopo carriera di Luca Fusi? "Ho allenato per sette anni le giovanili dell’Atalanta, dirigendo le squadre degli allievi e della Berretti. E’ stata davvero una bella esperienza, che sto cercando di ripetere qui a Cesena, dove sono arrivato solo quest’anno".
In futuro pensa di continuare ad allenare nei settori giovanili, o conta di effettuare il gran salto fra i "grandi"? "Per me l’importante è poter trovare sempre una collocazione, insomma poter lavorare con continuità, come fortunatamente è successo fino ad ora, dopo aver attaccato le scarpette al classico chiodo. Se proprio debbo indicare una preferenza, confesso che mi piacerebbe molto continuare ad allenare nei settori giovanili".
