Violenza da stadio: ‘Ultrà’
Il film di Ricky Tognazzi (1991), con Claudio Amendola e Ricky Memphis, non dà spago alle mezze misure. Ritratto crudo, ancorché eccessivo e melodrammatico, della faccia peggiore del tifo. E del calcio solo sporadiche tracce
Nel 1987 Pupi Avati mostrava il volto sporco del calcio in Ultimo minuto: in Calcio e Arte ne abbiamo già parlato (20 gennaio 2015). In quel film Ugo Tognazzi incarna il topos ideale del presidente di una rabberciata squadra di provincia. Un uomo forzato a farsi il culo per salvare la sua creatura, ma anche a dover agire da frodatore in un contesto dove la frode stessa è la regola massima per sopravvivere. Quattro anni dopo suo figlio Ricky raccoglie il testimone di quel volto sporco. E da sporco lo trasforma sfacciatamente in violento. Spariglia il dolore fisico in tutta la sua crudezza. Sorpassa il sottile confine tra tensione silenziosa e rabbia manifesta. Dimostra quanto lo sport più popolare del mondo sia solo il pretesto per un’insulsa guerra di quartiere e di città. Per una mentalità inquinata e adulterata sradicata di ogni originario motivo di sportività e decoubertinismo. Un quadro avvilente e tetro. Reale ancorché esagerato, non foss’altro perché trattasi di una finzione filmica che tuttavia rappresenta la cornice di una realtà autentica. La realtà della vita da ultrà. Ultrà è il titolo della pellicola che Tognazzi jr. dirige nel 1991, dedicandola a suo padre. Protagonisti Claudio Amendola e Ricky Memphis, romanisti fino al midollo. Nella vita come nel film.
UNA VITA VIOLENTA –Principe è il membro più in vista della Brigata Veleno, un gruppuscolo di tifosi della Roma lasciati ai margini della Curva Sud per il loro carattere esagitato. Ma è anche obbligato ad arrangiarsi nel modo peggiore per campare. Per tentata rapina ai danni di un garagista si fa due anni di galera. Ne esce chiaramente ignaro di quanto nel frattempo è successo: la sua ragazza Cinzia s’è fidanzata con Red, altro elemento della Brigata e suo storico amico. Saputo della liberazione di Principe, i due sarebbero tentati di rivelargli la verità. E di spiegargli che hanno pensato a progetti di vita futura assieme, poiché Red, benché non esente da episodi violenti, ha deciso di mettere la testa a far bene: un posto da bidello lo attende in una scuola a Terni. Ma le contingenze rendono difficile quella confessione. L’ex galeotto ha voglia di rivedere (e possedere) la sua Cinzia. Soprattutto ha sete di tornare sul campo di battaglia, e del resto l’occasione per farlo si presenta propizia: la ‘Maggica’ deve salire a Torino per affrontare la Juventus. Oltre a Red, che prova ovvio imbarazzo nel rivederlo, sono pronti a spalleggiarlo i compagni d’arme Morfino, Nerone, il fido Teschio, Nazi, Mandrake e l’ingenuo Smilzo. E Ciàfretta, l’organizzatore di eventi nonché ‘addetto al merchandising’ della banda. E insieme a loro fa il suo debutto in trasferta Fabietto, l’undicenne fratello di Cinzia. La ragazza è piuttosto refrattaria a fargli vivere quell’esperienza, nondimeno le sue preoccupazioni principali sono altre: vorrebbe che Red svuoti il sacco con Principe durante il tragitto per Torino. La Brigata Veleno deve accontentarsi dell’ultimo treno normale utile, mentre la vettura speciale per il Delle Alpi se la sono già accaparrati quelli del Commando Ultrà.
VIAGGIO DELL’INFERNO – Il lungo viaggio verso la Mole è infernale, in tutto e per tutto: gli ultrà sono piazzati in vagoni strettissimi e sporchi. In compenso negli scompartimenti ne combinano di tutti i colori. Ballano a ritmo di lambada, si fanno di droga ed erba, mangiano e bevono a sbafo: insomma, si preparano all’eventuale disfida coi rivali bianconeri senza (voler) pensare alle possibili conseguenze. Le loro chiacchierate, intervallate da volgarità a mitraglia, vertono sulle loro passate trasferte, condite da scontri aperti con le tifoserie avversarie e immortalate a mo’ di memorabilia in cartoline commerciate dal solerte Ciàfretta. Senza che la Polfer se ne accorga, Teschio riconsegna ritualmente a Principe il suo coltello, fedele arma di tanti duelli. E il clima di euforia giunge all’acme quando i ragazzi prendono in giro Smilzo provocandolo a sedurre un’elegante e solitaria passeggera. L’incanto però pare interrompersi quando Red becca in flagrante Principe mentre racconta la performance sessuale avuta con Cinzia dopo la sua scarcerazione. Non è tutto: corre voce della futura partenza per Terni, preludio all’abbandono del tifo organizzato. Dinanzi al malcontento degli altri, Red smentisce. Ma al mattino dopo, durante una sosta, confessa tutto a Principe giustificando le sue mancate visite in carcere. Il ‘capo’ incassa il colpo ritenendo Cinzia una sgualdrina e sostenendo che, prima di mettersi con lui, lei ha soddisfatto gli appetiti di altri uomini. La cosa non va giù a Red, già scottato: il pugno in faccia parte automatico. Niente in confronto a quanto avverrà di lì a poco.
SCONTRO FATALE – Appena arrivati a Torino, gli ultrà giallorossi sono accolti dai Drughi juventini con una sassaiola: Ciàfretta viene colpito. E’ il momento di combattere, e Principe suona la carica contro gli aggressori, presi a calci e pugni dalla banda. Smilzo si toglie persino la soddisfazione di sottrarre a un rivale la sciarpa bianconera. Invitati dalla Polizia a riconoscere i romanisti coinvolti nella rissa, i tifosi piemontesi si rifiutano di sporgere denuncia. Stipati su un autobus cittadino, i romanisti arrivano allo stadio; tempo di scendere dal mezzo e ricevono un’altra pioggia di sassi da juventini presenti in massa: lo scontro è inevitabile. I corpo a corpo sono duri e inauditi, sotto gli occhi timorosi di Ciàfretta e quelli lucidi di Fabietto che, correndo verso Red e Principe, cade a terra facendosi male. Spuntano puntuali le mazze e i coltelli. Arrivano altri poliziotti, pronti a fermare e portare via ultrà delle opposte fazioni. Poi avviene l’irreparabile: nel marasma Principe confonde Smilzo per un tifoso della Juventus accoltellandolo allo stomaco. I ragazzi decidono di entrare comunque nel Delle Alpi per poi recarsi in infermeria. Purtroppo la ferita di Smilzo è profonda, molto: appena appoggiata la testa al muro della toilette, spira. Principe cerca immediatamente di nascondere le sue responsabilità aizzando tutti alla vendetta. Red però vede la sciarpa bianconera attaccata al poveretto e capisce tutto: inveisce contro il colpevole chiedendogli di confessare la verità. Guardato con sospetto anche dagli altri, Principe aggredisce Red senza negare l’accoltellamento. E staccate le tubature del bagno, si avvia alla sua nuova, ennesima battaglia, seguito solo dal fido Teschio. All’arrivo dei poliziotti allertati scappano tutti. Nella toilette allagata rimangono solamente Ciàfretta, un Fabietto tramortito e senza più lacrime, e Red chino a vegliare su Smilzo. Ma al tempo stesso omertoso quando la Polizia gli domanda chi ha ucciso l’amico.
DURA (MA VERA) REALTA’ – E’ davvero questa la realtà? Questi tifosi o pseudo-tali vanno davvero allo stadio con l’intento di menarle, consapevoli del rischio di buscarle a loro volta? Sono questi il loro modo di comportarsi, il loro stile di vita, la loro ideologia, i loro obiettivi? Molti spettatori, tanto all’epoca quanto oggi, si saranno posti queste domande dopo aver visto il film. Probabilmente venticinque anni fa ci saremmo interrogati con un’enfasi diversa, più sconvolta, sebbene fosse già noto ai più qualche rudimento sul mondo ultrà. All’uscita del film la polemica ci fu, eccome, da parte dei tifosi organizzati. I quali se ne infischiarono dell’Orso d’Argento per la miglior regia vinto da Tognazzi al Festival di Berlino, ex aequo con Il silenzio degli innocenti. E protestarono vivacemente alla prima di un cinema romano, il Royal, invitando la gente a non entrare in sala e chiedendo financo il sequestro della pellicola. “Noi non siamo così”, dissero. Presero le distanze dall’autore accusandolo di averli dipinti in quel modo solo per motivi di cassetta. Non è tutto: a partire da allora la tifoseria giallorossa andò in rotta di collisione con lo stesso Amendola, assiduo frequentatore della Curva Sud e da quel momento in poi spettatore solamente in Tribuna Monte Mario. A conti fatti, tuttavia, queste critiche ci sembrano eccessivamente esasperate. Magari si può obiettare sul fatto che il regista rappresenti la vicenda in maniera melodrammatica e teatrale, esagerando in alcune circostanze. Ma ciò non accadrebbe se non si trattasse di una storia descritta nella cornice filmica. All’interno della quale la realtà è autentica, verosimile, nuda. Per di più in alcuni dei personaggi sembra emergere un sentore di schifo per il marcio in cui sono immersi. Soprattutto in Red, sicuro di un lavoro stabile e tuttavia vigliacco abbastanza da non sfuggire allo sfizio di quella che potrebbe essere la sua ultima trasferta. L’unico a capire le sue buone intenzioni e ad appoggiarlo è Smilzo, figlio di un onesto rosticciere e, forse, troppo buono per un mondo come quello. Ma Red è, appunto, troppo codardo per dare un taglio a quella vita. Come pure nel non riuscire a confessare subito a Principe il fidanzamento con la sua ex e ai poliziotti il nome dell’assassino di Smilzo. Sfugge in parte alla cattività il piccolo Fabietto. Ha sentito parlare di quel mondo dal racconto dei ‘grandi’, e avrà lavorato d’immaginazione pensando a chissà quali eroi. L’intero viaggio fa crollare le sue certezze di ragazzino, fino alla disperazione finale. E soprattutto contamina la sua innocenza: sull’autobus che lo porta allo stadio gli scappa e orina dal finestrino. Il confine tra ragazzata e maleducazione è labile ….
NIENTE CALCIO GIOCATO – In siffatto contesto non può esserci spazio per il caro vecchio football. Non per quello giocato, almeno. C’è il calcio parlato, quello dei dibattiti televisivi irradiati dai canali privati romani. Quello di Goal di notte, la popolare trasmissione di Michele Plastino alla quale Principe telefona in diretta solo per scatenare la sua livore contro la dirigenza della Roma, a suo dire colpevole di aver aumentato i prezzi degli abbonamenti. C’è il calcio creato artificialmente dallo stesso protagonista per ammazzare il tempo in galera, quello con campo e porte di cartone e con una palla di stagnola, quello che spinge all’infantilismo di parlarsi addosso inventandosi la più ovvia delle telecronache. C’è il calcio come memoria storica del tifoso, del semplice appassionato che ricorda le partite per i goal e le vittorie, il calcio di Fabietto che, seppur piccolo, scandisce i risultati di quelle sfide rievocate dagli ultrà per tutt’altra ragione. C’è il calcio essenziale e innocente, quello che gli stessi ultrà e il ragazzino giocano in una campagna sterrata mentre il treno è fermo: un breve momento di quiete prima della tempesta. Il calcio giocato, quello dei campioni, non c’è. E non potrebbe essere altrimenti, visto che non costituisce l’interesse principale degli ultrà. Ciò spiega il fastidio che ancora oggi questo film provoca a molti. A chi ha rovinato una generazione del tifo. A chi magari non andrà nemmeno più allo stadio, fiaccato dalle diffide e dalle leggi. A chi però, insieme ad altri, ha instillato un clima irrespirabile tuttora presente. Quel clima a cui le nuove leve del tifo pulito possono opporsi prendendo a esempio la morale per nulla banale dell’opera di Tognazzi.


