TUTTO MERITO DI KREUTZER
Il carro dei vincitori. Quante volte abbiamo sentito questo modo di dire per identificare ambigui personaggi che sono pronti ad arrogarsi gli onori senza però fare mai i conti con gli oneri. Quelli, per dire, che ti lasciano in una valle di lacrime quando potresti aver bisogno di loro e poi tornano a battere cassa quando le cose ti vanno bene, strappandoti magari anche una risata quando provano a millantare presunti meriti caduti ormai abbondantemente in prescrizione. Ecco, in genere questi signori qui si è soliti rimandarli cortesemente da dove sono venuti. Ovvero in quel paese che tanto gli somiglia, giusto per fare un po’ i tipacci e citare Battiato o meglio ancora Baudelaire.
C’è un signore toscano, uno che si è fermato a Napoli qualche anno, giusto il tempo di alzare al cielo una Coppa Italia e suonarsela come se avesse infilato tre triplete di seguito. Già da ben prima che abbandonasse la nave, questo signore qui era solito snocciolare a cadenza settimanale tutti i risultati raggiunti negli anni precedenti, guidando un pomposo carro che a bordo pareva avere solo lui. Calciatori, dirigenti, membri dello staff. Nessuno aveva davvero importanza nella trionfale cavalcata di mister Playstation, unico artefice dei successi delle sue creature, neanche avesse in mano il joystick dell’onnipotenza. La conferenza stampa di commiato, poi, fu un trionfo di autoesaltazione, roba che mancava soltanto la standing ovation finale. Inevitabile che uno così continuasse a rimarcare cotanta impresa anche a posteriori, anche adesso che è lontano centinaia di chilometri (e diversi punti in classifica) dalla squadra che ha lasciato perché pensava che non potesse far meglio di così. Poverino lui, mai predizione si rivelò meno esatta, mai scelta si rivelò meno saggia. Il Napoli vola, in classifica e in campo, soprattutto gioca bene come non ha mai giocato. Merito di Benitez? Sì, ma solo al 10%. Il resto va ascritto a chi l’ha preceduto mettendo in piedi una squadra perfetta, talmente perfetta che dopo il secondo posto sembrava aver chiuso un ciclo. Dieci per cento. Uno spazio che sta parecchio stretto al buon Rafa, e non per le facili battute sulla sua stazza che avanzeranno i sempliciotti. No, gli sta stretto perché in quella piccola fetta della torta bisogna stiparci anche Higuaìn, Callejon, Albiol, Reina. Mertens e alcuni miracolati dell’ultima ora come Fernandez e Inler. E forse forse anche il “ragazzino” Insigne. Praterie nel restante 90% per i vari Britos, Cannavaro, Maggio e Dzemaili. Anzi no, si sta stretti anche lì. Provate voi a districarvi in mezzo a tanto ego.
Chiariamoci, qui nessuno vuole rinnegare nulla. Onore al merito di chi ha contribuito a scrivere diverse pagine di storia azzurra, anche se ha voluto usare il Napoli come semplice trampolino. Va bene anche questo, non serbiamo rancore. A patto che poi si vada davvero ognuno per la sua strada, senza stare lì a sbirciare dal buco della serratura i fantasmi del passato. Anche perché altrimenti per tutto quanto raccolto dal 2009 a metà 2013 va data una fetta a Donadoni, una a Reja, una a Ventura e via elencando fino ad un certo Fritz Kreutzer, austriaco, primo allenatore partenopeo nel 1926. Stai a vedere che così non c’è più spazio non solo per il carro, ma neanche per il joystick.
