Sordi, il presidente del Borgorosso
Nell’omonimo film di Luigi Filippo D’Amico, datato 1970, Albertone impersona i panni del prima disinteressato, poi focoso e collerico, presidente di un club dilettantistico romagnolo. Un personaggio rivalutato negli anni dalla critica
I mostri sacri della commedia all’italiana non hanno sempre avuto uno stretto rapporto con il mondo della pedata. Sia sul grande schermo che nella vita. Gassman in gioventù giocava a basket, e al calcio dedicò appena un ironico monologo nel televisivo Il Mattatore (1959). Manfredi, alias Dudù, in Operazione San Gennaro (1966) si ritrova al San Paolo a tifare Napoli insieme a uno dei suoi scagnozzi e a urlare un serafico “Sivori, sì ‘o mare ‘e Nàpule!”, mentre in Pane e cioccolata (1973) si fa beccare da emigrato in Svizzera a tifare Italia. Tognazzi viene scelto solo a fine carriera, già anziano, per impersona il ruolo di un ambiguo presidente di una squadre provinciale in Ultimo minuto (1987): ne abbiamo già parlato, se ricordate. E Sordi? Beh, forse proprio lui è, tra gli intramontabili, il meno annoiato dal football. Tutt’altro che annoiato, anzi. Albertone non ha mai negato la sua passione per la Roma. E in generale, per lo sport più bello del mondo. Non a caso una delle sue migliori interpretazioni, tra le più caratteristiche del suo repertorio, è quella del Presidente del Borgorosso Football Club, anno 1970, diretto da Luigi Filippo D’Amico.
“IL CALCIO MI FA SCHIFO!” – Benito Fornaciari vive serenamente a Roma, impiegato presso la Santa Sede. Ha sempre vissuto con la madre Amelia, lontano invece da suo padre Libero, ricco imprenditore di origini romagnole e presidente del Borgorosso FC, club dilettantistico ma dignitoso. Il cuore passionale del vecchio Libero sta per cedere a un infarto, e lo tradisce definitivamente proprio dopo aver visto, per la prima volta da tanti anni, il figlio. A cui spetta, ovviamente, l’eredità dell’industria vinicola e della squadra di calcio. Uno sport che a Benito non piace affatto e di cui lui, uomo abituato ad ambienti austeri e sobri, non condivide l’impeto e l’esagerazione. Eppure il Borgorosso sta per giocarsi la promozione in Serie D, fallita però all’ultima giornata per una sconfitta contro i rivali del Celerina. Tuttavia questi ultimi vengono squalificati per doping, e dunque spetta ai grintosi bianconeri l’onore del salto di categoria. Ma nel frattempo, già rottosi le scatole del pallone, Benito ha già deciso di cedere la società al sindaco Bulgarelli, acerrimo nemico di suo padre, e di vendere per 32 milioni quattro dei suoi migliori elementi, convinto dal manager maneggione Zuccotto. La notizia scatena la rabbia dei tifosi verso il neopresidente. Il quale, dopo aver cercato di fuggire via, decide di prendere in mano la situazione, seguendo l’esempio del combattivo e rimpianto Libero. Desidera rinforzare la squadra, ma anche affidarla a un allenatore esperto e capace. E così, sempre su consiglio dell’ubiquo Zuccotto, affida la panchina del Borgorosso all’italo-peruviano José Buonservizi, un sedicente trainer soprannominato ‘Stregone’ per la sua idea di calcio basata su regimi alimentari rigidi e su sistemi di allenamento innovativi, coinvolgenti anche l’aspetto psichico. Per lui Benito sottoscrive un contratto di tre anni per un ingaggio di 100 milioni. E non bada a spese per comprare un pullman nuovo di zecca, una Maserati con colori sociali e, soprattutto, il centravanti Celestino Guardavaccaro, un goffo gigante di centotrenta chili da ventidue milioni. I giocatori arrivano scarichi all’inizio della stagione. E benché Buonservizi dichiari di voler arrivare in Serie C, le prime partite sono un pianto greco. A nulla servono le convinzioni astruse del mister. Stimolato dalla tenace Erminia, caporeparto della fabbrica nonché storica amante di suo padre, Benito reagisce in maniera vigorosa: licenzia Buonservizi, del quale scopre le sue origini non sudamericane …ma stabiesi! E si fregia del titolo di presidente-allenatore. Ed è lì che iniziano i guai ….
C’È PERSINO IL CABEZÓN! – Messi a bruciare e tagliare legna, e ingollati di cibi pieni (anche troppo) di carboidrati, i bianconeri sembrano riprendersi. Il presidente si attribuisce da solo il merito dei successi, anche se le vittorie sono in realtà fortunose, frutto di coincidenze del caso che non di un sistema di gioco vero e proprio. Intanto però altri guai sono in arrivo. Benito non mette a posto tutte le cambiali lasciategli in eredità dal padre, e le spese pazze prodotte in precedenza fanno sentire il loro peso. La classifica del Borgorosso migliora, ma il tifo si divide tra chi ritiene sia più importante vincere e chi invece si preoccupa del non-gioco e delle megalomanie del ‘ruman’, convinto ormai di essere un mostro della panchina e un genio di tattica. Arriva il momento-clou del campionato: il sentito derby con la Sangiovese. Il presidente ne combina una delle sue: va coi giocatori dagli zingari per scongiurare il malocchio. E pensare che papà, ateo, prima del ‘Derby’ li ha sempre portati alla Madonna di Pratobello, e si era sempre vinto …. Inoltre promette un milione tondo tondo a tutti in caso di vittoria. La sfida è tosta, più delle altre, e i nervi del patron, solitamente chetati, saltano improvvisamente, anche per decisioni arbitrali da lui ritenute non giuste. Getta nella mischia Guardavaccaro, e l’imbranato numero 13, invece di segnare goal per i suoi, evita quelli degli avversari stoppando i tiri di petto. E sostituendosi poi al portiere: rigore. Primo parato, ma fatto ripetere. Secondo segnato. Benito protesta per un’altra decisione discutibile e invade il campo, il direttore di gara lo invita a riaccomodarsi e lui, inviperito per il torto subìto, chiede appello al pubblico. Che per tutta risposta getta oggetti sul terreno di gioco e vi entra superando barriere e forze dell’ordine. La bravata costa un milione di multa e otto turni di squalifica del campo. Il presidente viene interdetto per un anno. La drammatica situazione delle casse societarie, tra le cambiali non rinnovate e quelle rimaste in protesto, e la totale sfiducia dei paesani che lo sbeffeggiano pubblicamente lo spingono a mollare tutto e tornare a Roma. Sembra finita. Invece è pronto il colpo finale, bello in canna. Benito torna a Borgorosso, nel bel mezzo dell’assemblea straordinaria che sta per eleggere nuovo presidente il tracotante Bulgarelli. E non è solo: con lui c’è niente meno che Omar Sivori in persona, conosciuto l’estate prima in riva al mare in compagnia dello ‘Stregone’. E così, riconquistata la fiducia pur senza avere risolto tutti i problemi economici, Benito si mette in testa alla carovana di tifosi, soci, dirigenti e giocatori, trionfante del suo ruolo di capo, diretto verso il campo neutro, e a porte chiuse, dove giocherà il suo Borgorosso. E chissà se i suoi propositi di gloria si realizzeranno ….
GIOIELLINO DIMENTICATO – Niente male il Sordi versione calcistica. Che nell’inedita veste di presidente non maschera mai il suo macchiettismo delle origini, giungendo comunque a un’interpretazione realistica e non priva delle sfaccettature del patron di un club. Un patron sia di ieri che di oggi, beninteso. Egocentrismo, follie economiche, conoscenza spicciola del calcio spacciata per esperienza, un pizzico di culto della personalità e infine, a disastro sportivo compiuto, vittimismo e ritirata strategica. Guardatevi un po’ intorno e vedete se non trovate ancora oggi qualcuno simile al nostro Benito. Nel calcio attuale, invece, non troverete mai un personaggio da accostare al Buonservizi interpretato da Carlo Taranto, fratello di Nino. Ma all’epoca la stragrande maggioranza degli spettatori avrà sicuramente identificato lo ‘Stregone’ nel ‘Mago’ Helenio Herrera nonché in molti entrenadores latinoamericani più o meno in grado di raccogliere frutti effimeri in Serie A in quegli anni (come Heriberto Herrera, Luis Carniglia, Juan Carlos Lorenzo eccetera). Brava anche Tina Lattanzi, una vita tra teatro, Tv, cinema e doppiaggio, nel ruolo della madre del presidente. Perfetta anche l’interpretazione di Erminia per opera di Margarita Lozano, attrice spagnola cresciuta con Buñuel e trapiantata in Italia da autori come Sergio Leone, i fratelli Taviani, Francesca Archibugi, Nanni Moretti (vi ricordate la madre di Don Giulio de La messa è finita?) e persino Paolo Virzì. La presenza del vero Omar Sivori, simpatico nel prestare il suo volto piacente alla pellicola, è la fetta d’arancia sul bordo del bicchiere. Chissà, forse le espressioni colorite all’interno della sceneggiatura (artefici lo stesso Sordi, Sergio Amidei e Adriano Zecca) sono troppe per un periodo (inizio anni ’70) in cui la censura era ancora pesante e la morale bacchettona. Ciò spiega lo scarso disinteresse avuto nel tempo per un film tutto sommato gradevole, e non solo perché il protagonista è Sordi. Fortuna ha voluto che gli appassionati del connubio calcio-cinema lo abbiano poi annoverato tra i pezzi migliori del genere. Com’è giusto che fosse.


