Show mustn’t go on

Trenta luglio 2004. Quanta acqua può passare sotto ai ponti dopo oltre dieci anni. Quel giorno la VII sezione del Tribunale di Napoli dichiarava il fallimento della SSC Napoli, un’eutanasia rispetto a ciò che si era visto decennio precedente. Quel giorno fu staccata la spina ad una signora di 78 anni, sommersa dai debiti e dalle sofferenze, dopo che in tanti ne avevano abusato e avevano sciacallato sul suo corpo non più florido come un tempo. Quel giorno la SSC Napoli è fallita portandosi dietro il cuore di tutti i suoi familiari; una famiglia moderatamente allargata, con circa qualche milione di figli sparsi per il mondo. Quel giorno la SSC Napoli era sola con la sua famiglia, lei e loro. Tutti gli altri, gli amici e i nemici, gli avversari di sempre e gli ultimi arrivati, tutte quelle persone lì quel giorno stavano pensando agli affari propri, come facevano ormai da tanto, troppo tempo.

 

Giorni nostri, impossibile fissare una data precisa, almeno per il momento. Il moribondo adesso è il Parma, che è riuscito a campare qualche anno in più (84) e rispetto al Napoli ha scelto un modo più plateale per morire. Se gli azzurri spirarono in piena estate, il Parma non ce l’ha fatta neanche ad arrivarci. Improvviso aggravamento della situazione a campionato in corso, un po’ come se nella vita extra-metafora uno decidesse di ammalarsi a Ferragosto. Questo è il primo motivo per il quale si è scatenata la fiera dell’ipocrisia, a danni ovviamente già fatti: troppi interessi in ballo per lasciare le vittorie a tavolino, meglio trovare una soluzione-tampone che salvaguardi la regolarità (!) del campionato e poi chi s’è visto s’è visto. Già, perché non pensate che poi dopo la 38ma a qualcuno gliene importerà ancora qualcosa. Anzi, fra un requiem e l’altro saranno in molti a fregarsi le mani davanti ai calciatori che salteranno sulla scialuppa mentre la barca sta affondando. Tutta facciata rispetto a tanta indolenza e a tanta noncuranza fino a pochi mesi fa. Possibile che Lega e FIGC non sospettassero neppure ciò che Ghirardi stava combinando con “il glorioso Parma”? Possibile che stessero tutti dormendo fra due guanciali mentre le iene facevano scempio della carcassa di una società che era malata terminale già da ben prima di quest’estate? Il punto è che in certi casi ci si gira dall’altro lato finché non è troppo tardi, e non è certo l’elemosina che ora può ricomporre i cocci di qualcosa che è andato in frantumi già da un po’. No, non può andare così. Forse è un po’ stupido aggrapparsi alle ripicche infantili, ma dieci anni fa nessuno mosse un dito quando la SSC Napoli sprofondava. Niente salamelecchi, nessuna vedova inconsolabile per una società che ha giusto un pizzico di storia in più rispetto al Parma. Perché poi, se ci pensiamo bene, negli ultimi vent’anni questa squadra è stata soprattutto il giocattolo simpatico di una banda di delinquenti, al netto di tutti i vari passaggi di mano. Il che – sia chiaro – non scalfisce minimamente il dispiacere per i tifosi emiliani, vittime degli eventi come sempre accade, ma potrebbe quantomeno traslare la discussione su un altro piano. 

Appunto, in questo momento drammatico focalizziamoci su ciò che conta davvero. Da tifosi napoletani dobbiamo solo solidarizzare con i parmensi, anche perché nessuno più di noi può capire cosa stiano passando adesso. Massimo sostegno per loro, nonostante i tanti episodi non proprio “amichevoli” degli ultimi anni. Per consolarli gli si può augurare un presidente migliore post-fallimento, gli si può portare la nostra esperienza e dirgli che, col senno di poi, forse è stato meglio così. Ma piuttosto le vere vittime di tutto ciò sono quelli che davvero ci stanno perdendo qualcosa. I calciatori, va bene, ma almeno loro  in genere hanno conti in banca tali da poter pure tamponare qualche mese di black-out: per fortuna lo sanno meglio di tutti e con grande dignità stanno riducendo le lamentele al minimo sindacale. Pensiamo piuttosto ai creditori, ai magazzinieri, ad ogni singolo dipendente di una società con debiti incalcolabili che probabilmente non salderà mai. A loro deve andare il supporto vero, per loro devono esserci le garanzie giuste. Altro che pagare la corrente e giocare il campionato. Per una volta, se proprio devono fare l’elemosina, i dirigenti del calcio pensino alle cose serie. Lo spettacolo può anche fermarsi, è la vita che deve continuare.

 ANTONIO PAPA

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