SE NON QUAGLIA, QUAGLIERA’…
Potremmo usare il nemo propheta in patria, ma sarebbe soltanto una sterile dimostrazione di quanto i latini fossero (addirittura) più avvezzi di noi ai luoghi comuni. Perché se non è una certezza è senz’altro una concreta probabilità, quella che presto Fabio Quagliarella smentirà il mondo intero e si rivelerà il più profeta di tutti. È curioso che proprio nel momento in cui le cose hanno iniziato a girare per il verso giusto l’unica nota stonata del coro sia proprio la più armonica di tutte, l’andante con brio che dovrebbe garantire quel qualcosa in più all’ingessata orchestra partenopea. Lavezzi e Quagliarella, Quagliarella e Lavezzi. I due solisti che dovrebbero cantare mentre gli altri portano la croce. Dovrebbero, appunto, perché se Lavezzi negli ultimi tempi gorgheggia che è un piacere, il suo compagno di reparto si è trasformato invece nella croce trasportata a fatica dai compagni.
Tant’è, a voler vedere il buio intorno alla luce. Perché poi, se invece ogni tanto ci concentrassimo anche sulla lucina che brilla nel cono d’ombra, ci accorgeremmo che il nostro eroe in difficoltà di gol ne ha già fatti tre. Come Eto’o e Pato e uno in più di Amauri, giusto per focalizzarci sugli alfieri annunciati delle prime tre squadre d’Italia. Tre reti di rapina, contravvenendo al suo curriculum che lo vorrebbe come uomo dai gol impossibili. E un assist per Hamsik, contro il Genoa, senza dimenticare quel missile da centrocampo che prese in pieno la traversa, un palo bianco che segna un’immaginaria linea di confine tra la storia (quella che si scrive sui libri e sugli almanacchi) e la leggenda (quella che si racconta a voce ai nipotini). Questo e per ora nient’altro è Fabio Quagliarella in maglia azzurra, piccole fiammate di genio e concretezza in un altrimenti scarno bottino. Non è il nulla assoluto ma è un po’ poco per uno come lui, c’è da ammetterlo. La pancetta che non va giù, colpa delle tagliatelle di mammà; la condizione approssimativa, colpa di qualche acciacco che si porta dietro dall’inizio del campionato; la scarsa intesa con i compagni, colpa di un ambientamento ad un modulo che non ha mai interpretato e che sta imparando in corso d’opera. Questi i principali motivi di un rapporto che ancora non decolla, un flirt che è ancora presto per chiamare amore: per quello ci vorrà il tempo giusto e una conoscenza più approfondita, al momento ci si accontenta della passione, reciproca, fra il ragazzo e la maglia.
Una passione che non è mai stata in discussione e mai lo sarà, una passione forte alla quale è ascrivibile anche l’ultimo errore di Super Fabio. Una voglia matta di fare e strafare, tanto da assumersi la responsabilità di tirare dal dischetto, e sbagliare. Una vicenda “alla Calaiò”, se vogliamo aprire i libri di storia recente e tornare a un paio di anni fa. Passione e niente più, voglia di dimostrarsi utili e non brama di essere protagonisti. Questo il tratto in comune dei due cuori di Napoli marchiati in negativo da un penalty fallito contro tutto e tutti. Contro l’allenatore, contro il rigorista designato, contro la fiducia in se stessi. Non contro i tifosi, perché si fa presto a piagnucolare un “l’avevo detto io” a latte già versato. Saremmo ipocriti a rinfacciarglielo e ingiusti ad avercela con lui. Perché a Napoli tutti sanno che il talento c’è, è solo appannato da un momento no. Il viscerale feeling di Fabio con la maglia azzurra rappresenta un bonus di fiducia che gli si può e gli si deve concedere, con la cieca speranza che presto pancetta e voglia di strafare svaniscano e al loro posto resti soltanto il vero Quagliarella: l’uomo dei gol impossibili, di quelli possibili e, perché no, anche dei rigori segnati.
