Quando Spalletti colpì e affondò il Napoli di Sarri
15 ottobre 2016, stadio San Paolo (all’epoca si chiamava ancora così), a Fuorigrotta si giocava Napoli-Roma, come al solito uno dei match più attesi dell’anno, storico derby del sole, che capitò all’inizio di quel campionato ma già servì a delineare la lotta scudetto, decretando chi tra gli azzurri e i giallorossi fossero destinati ad inseguire la Juventus per la conquista del titolo. Finì 3-1 per la Roma: vittoria meritata, a tratti netta da parte degli ospiti, contro un Napoli forse ancora scioccato dall’infortunio di Milik in Nazionale, e che di fatto per tutto il girone di andata si limitò a studiare un nuovo assetto tattico, quello famoso dei tre piccoletti, che nel finale di stagione portò gli azzurri a lottare punto a punto proprio con la Roma per un posto valido per la qualificazione diretta in Champions League. Ma quella partita, al di là del risultato e delle circostanze specifiche, rappresentò ancora una volta l’ennesima certificazione da “grande allenatore” in favore di Luciano Spalletti. Un tecnico che in fase di presentazione (clicca qui per ripercorrere la sua carriera) abbiamo definito un innovatore, un precursore, uno che non solo ha fatto conoscere meglio in Italia un sistema di gioco ancora poco utilizzato, il 4-2-3-1, con annessa l’intuizione di schierare Totti finto centravanti, ma che proprio in occasione di Napoli-Roma 1-3 stupì tutti con una novità assoluta, una di quelle che esce fuori dagli schemi, impossibile da proporre in una grafica per tv, dove prima del fischio d’inizio vengono mostrate le formazioni ed i relativi moduli “tradizionali”. Ebbene, in quell’occasione Spalletti introdusse letteralmente un sistema di gioco, sdoganando il concetto di “modulo” fine a se stesso, dimostrando che il calcio non si fa di certo coi numeri ma con il corretto posizionamento dei calciatori, come fossero pedine di una scacchiera da spostare da una parte all’altra a seconda anche dell’avversario.
In questa intervista, al termine della gara, Spalletti spiega in conferenza stampa l’intuizione della difesa “a tre e mezzo”.
Prima ancora di analizzare nel dettaglio i contenuti tecnico-tattici conferiti dall’allenatore di Certaldo, soffermiamoci un attimo sullo straordinario eloquio “calcistico” di cui è dotato Spalletti. Davvero interessante la qualità dell’intervento: Spalletti argomenta con estrema precisione, con una dovizia di particolari degna di una lezione universitaria. Spalletti è veramente un maestro di tattica: un piacere assoluto ascoltare lui piuttosto che quegli allenatori-filosofi che preferiscono un linguaggio scarno, ampolloso, politicamente corretto ma per nulla interessante. Merito anche della terra da cui proviene: gli allenatori toscani sono quasi tutti degli show-man davanti alle telecamere e soprattutto non divagano quando devono rispondere alle domande, anche a quelle più articolate o peggio ancora scomode.
Spalletti esordisce dicendo che per lui era stata una scelta “facile”: niente di straordinario – a suo modo di vedere – per un addetto ai lavori che evidentemente deve conoscere anche un tipo di strategia per certi versi anomalo. Anche questo spiega la grandezza di un allenatore estremamente preparato oltre che saggio: uno che sa di aver sorpreso l’avversario ma non per questo pensa di aver inventato chissà cosa. D’altronde nel calcio non si inventa nulla: ci sono due fasi, quella di possesso e quella di non possesso. E Spalletti sostiene che in fase difensiva ha giocato a 4, mentre in quella offensiva a tre. Tutto qui, molto semplicemente. A differenza del Napoli di Sarri, che sapeva giocare solamente in un modo, da quella partita in poi la Roma di Spalletti cominciò ad alternare 4-2-3-1 e 3-4-2-1, innalzando in maniera esponenziale il proprio livello di imprevedibilità.
Inoltre, Spalletti dimostra di saper sfruttare perfettamente anche le caratteristiche dei suoi giocatori: se dei due terzini uno solo ha sia doti difensive che di spinta, mentre l’altro è più un marcatore puro, peraltro adattato sulla fascia, ecco che la scelta di avanzare il primo e tenere bloccato il secondo è presto fatta.
In quella Roma, infatti, giocavano da una parte Florenzi, ancora oggi esterno basso veloce, di gamba, che corre su tutta la fascia senza fatica di sorte, e dall’altra un centrale difensivo come Juan Jesus, che ha certamente maggiore prestanza fisica ma anche meno capacità aerobiche e tecniche nell’accompagnare le azioni d’attacco.
Ma non è finita qui: Spalletti conclude il ragionamento parlando anche dei singoli, nello specifico dei suoi giocatori ma anche degli avversari; a dimostrazione di quanto sia uno studioso del calcio, uno a cui piace rimodulare la propria squadra soprattutto in funzione delle caratteristiche degli interpreti, propri e non solo.
Spalletti elogia il lavoro di Florenzi, abile a contenere le iniziative di Insigne, impegnato più del solito a sacrificarsi in fase difensiva per dare manforte al compagno di corsia nelle continue sovrapposizioni del terzino italiano: Florenzi proposto come “quinto” risultò utile per bloccare la famosa catena di sinistra di quel Napoli, prima e forse unica fonte di gioco di Sarri (vero punto di forza di quella macchina quasi perfetta, ma allo stesso tempo anche anello debole quando gli avversari gli prendevano le contromisure). Dal lato opposto, invece, Spalletti indica all’esterno alto, Perotti, di andare a prendersi la palla sui piedi, pur partendo da molto lontano, nel tentativo di esaltare le grandi qualità di palleggio dell’argentino. Salah e Dzeko, poi, fecero il resto, distruggendo moralmente e fisicamente un Napoli che non riuscì mai a venire a capo di una gara tatticamente ineccepibile degli avversari.
Non fu un caso sporadico, isolato, quel Napoli-Roma per vedere all’opera la difesa a tre e mezzo di Spalletti. Di certo rappresentò un precedente che poi ha fatto scuola, che ha insegnato qualcosa all’intero movimento. Ancora oggi è una strategia che paga, anche ad altissimi livelli ed in competizioni internazionali, come agli Europei che si stanno disputando. La stessa Italia di Mancini, nonostante una serie di meccanismi oramai collaudati che si poggiano su principi di gioco da vera e propria squadra di club, nella gara inaugurale con la Turchia ha giocato nel primo tempo con una difesa a tre e mezzo, con Spinazzola che ha agito quasi sulla linea laterale per permettere ad Insigne di venire a giocare dentro al campo, e Florenzi più interno per dare ampiezza con Berardi.
A Napoli, Spalletti troverà già alcuni giocatori che gli permetteranno di replicare una idea così geniale (sì per noi lo è, checché ne pensi l’autore): Di Lorenzo è destinato a fare benissimo godendo di una maggiore libertà sull’out di destra, mentre bisogna assolutamente individuare un terzino sinistro all’altezza, con caratteristiche ben definite, da decidere se alla Emerson Palmieri – per intenderci – o di contenimento (alla Hysaj, ma con più qualità). Un ruolo, quello dell’esterno basso a sinistra, di cui il Napoli è oramai orfano da anni: Hysaj e Mario Rui hanno provato ad avvicendarsi, ma nessuno dei due è riuscito a non far rimpiangere del tutto lo sfortunato Ghoulam. Ora serve come il pane, per permettere a Luciano Spalletti di varare anche a Napoli uno dei suoi innumerevoli marchi di fabbrica.