MAZZARRI SALUTA CON UNA SCONFITTA. E ADESSO…?

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In questo editoriale da ultimo giorno di scuola dovremmo parlare non solo di quanto accaduto in campo, ma anche di ciò che succederà fuori di esso, fin da domani, quando ogni squadra (fanno eccezione Roma e Lazio per ovvi motivi) dovrà dedicarsi anima e corpo a edificare l’avvenire. Per quanto concerne il primo aspetto, quella dell’Olimpico tutta è sembrata fuorché una partita di fine stagione, cosa possibile con l’ambiente romano (tifosi compresi) già concentrato sulla finale-derby di Tim Cup e quello napoletano sicuro della Champions, ma insicuro in quanto a programmi futuri. Giallorossi e azzurri se la sono giocata, o meglio se la sono giocata alla pari fintanto che il risultato è rimasto inchiodato sullo 0-0, con un Napoli che nella prima frazione ha forse espresso qualcosa in più rispetto alla banda Andreazzoli. La quale ha comunque avuto qualche occasione, last but not least quella che Cannavaro ha sbrogliato dopo il clamoroso palo di Destro a pochi passettini dalla porta. Chissà, forse i capitolini ci tenevano a lanciare il guanto di sfida ai cugini biancocelesti, e magari i partenopei avrebbero fatto bene a cogliere quei messaggi. E al pronti-via della ripresa è bastato che Marquinho imbroccasse il terno al lotto, affinché essi si squagliassero come un ghiacciolo al sole: da quel momento in poi il Napoli ha perso la bussola, probabilmente convinto di chiudere la stagione in maniera più esaltante. Un po’ tutti sono calati, commettendo errori futili e calando soprattutto mentalmente, pensando più alle vacanze imminenti che non all’ultimo impegno dell’anno. Ed è emerso uno dei difetti incontrovertibili del Napoli: ossia, quello di essere una squadra umorale, esageratamente soggetta a salire col morale alle stelle quando le cose vanno bene, e a cadere in depressione se tutto va male. I singoli (non tutti, per carità) hanno fatto il resto: la difesa (Rolando e Britos in primis) s’è presa troppe sieste, Maggio ha sbagliato cross a iosa e chiusure difensive, Zuniga (parte? Non parte?) ha sofferto uno scatenato Lamela, Dzemaili non ha saputo inserirsi come sempre. Perfino Hamsik nella ripresa non è pervenuto. E Cavani? Zampata dell’1-2 a parte, ha provato a fare la voce grossa per tutti i 90’, e specialmente nel corso del forcing finale portato invano alla porta romanista: voleva chiudere in modo diverso, il Matador, in quella che potrebbe essere stata l’ultima in azzurro. Inaspettatamente bravo, invece, Rosati: che critiche gli vuoi muovere sulle reti giallorosse? E che vogliamo dire al sacrificato Behrami, gladiatorio come suo solito in linea mediana? Il loro impegno non è bastato: ne viene dunque fuori una sconfitta buona solo per le statistiche, una caduta che più indolore e insignificante non si può.

Fin qui quello ch’è successo sul terreno di gioco. E fuori? Il fuori campo del Napoli, il futuro degli azzurri, ha dimensioni ancora oscure, tutt’altro che nitide. L’unica cosa certa, anzi la prima, è che Mazzarri se ne andrà: ipse dixit, a mezzo TV, e con motivazioni chiaramente espresse: non ci sono più condizioni per continuare il ciclo, ho bisogno di nuovi stimoli, ci avevo già pensato da tempo ma l’ho detto solo ora senza mancare di rispetto a nessuno (davvero?). Ok, l’umile Walter va via, peraltro senza raggiungere i record maradoniani ai quali tanto anelava. Ma chi giungerà al suo posto? Chi ne raccoglierà l’eredità, non molto pesante a esser sinceri? C’è chi vuole il grande nome, chi desidera il top coach (quello sì!), colui che può ritenersi dall’alto dei suoi trionfi, del suo carisma e della sua navigata ed estesa esperienza internazionale. C’è chi al contrario vorrebbe un allenatore giovane, emergente, in rampa di lancio, pronto alla consacrazione (e possibilmente ai successi) in una piazza come quella azzurra capace di fornirgli un progetto tecnico all’altezza, a meno che il progetto sia ovviamente costruito. C’è anche qualche folle strapaesano, convinto che puntare su un tecnico italiano discreto, purché capace e col piglio del buon artigiano, possa essere utile alle buone sorti del Ciuccio, oltreché utile all’allenatore stesso, ché in riva al Golfo si formerebbe come trainer, si “farebbe uomo” come diciamo a Napoli. Premesso che questa terza tipologia di allenatore dev’essere evitata senza meno, è chiaro che Don Aurelio deve muoversi, e in fretta. Se non si decide il prossimo tecnico azzurro, non può partire il mercato, non si può mettere su la squadra che verrà. E se la squadra che verrà non prende corpo e forma, se non assume subito i  contorni di una compagine che deve compiere il passo decisivo verso il top, i pezzi pregiati si perdono, anche per sciocche logiche economiche-societarie: Campagnaro in primis, forse Cavani, forse Zuniga, forse qualcun altro dell’ultim’ora. Ecco, dunque: il Napoli è arrivato secondo; non ha fatto miracoli, ha raggiunto un risultato positivo, giungendo al punto più alto della sua storia dopo Maradona. Alla squadra, a tutta la squadra (allenatore, staff tecnico, giocatori, società) vanno fatti complimenti e congratulazioni vivissime. Eppure, come abbiamo avuto modo di dire di recente, un po’ d’amaro in bocca ci resta. E permangono i dubbi: tanti, troppi. Come sarà il Napoli del futuro? Chi lo allenerà, chi ne saranno gli interpreti? Come vorrà diventare definitivamente grande? Soprattutto, pur ergendosi a uomo solo al comando, Don Aurelio si affiderà a qualche consigliere migliore di Bigon e dello scouting? Il presidente vuole vincere come i tifosi, ha detto: vediamo se ne darà piena dimostrazione a partire da Giugno.

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