LA ‘MANITA’ DI CRUIJFF & CO.: REAL MADRID-BARCELLONA ’74

Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, i modus vivendi della cultura spagnola

¡Hola!

Mentre nella nostra mediocre Serie A la Juventus scappa e lascia le altre a contendersi la platonica piazza d’onore, ancorché utile per la Champions diretta, in Spagna è corsa aperta per il titolo. E il duello è ‘especial’, ‘maravilloso’, eterno: Real Madrid contro Barcellona. Merengues e blaugrana lassù, staccati di un punto con i culés di Luis Enrique in tentativo di fuga dopo il lungo inseguimento e i galácticos di Carlo Ancelotti che vogliono riprendersi il trono perduto, sebbene in crisi nera. E per domenica 22 marzo il calendario ha deciso di regalare agli appassionati del calcio iberico una sfida che non è solo il Superclásico per eccellenza, ma è chiaramente lo spareggio decisivo per la Liga ’14-’15. Nell’imminenza del grande evento il pensiero va ai Superclásicos più celebri, a quelli degni di memoria imperitura. Uno su tutti: quello del 17 febbraio 1974. Quello in cui il ‘Bernabéu’ fu violato nel silenzio del pubblico madrileno. Quello ricordato come una delle tante ‘manitas’ della storia del calcio: lo storico 5-0 con cui il Barça olandese di Johann Cruijff diede una solenne lezione di calcio al Grande Real ed entrò nella legenda.

SPLENDORI E MISERIE – A quell’ennesima grande sfida i due contendenti arrivano in condizioni e dimensioni alquanto differenti. Il Barcellona, dopo anni di bocconi amari mandati giù in campo nazionale, ha fatto le cose sul serio portando in Catalogna Cruijff e riunendolo al suo maestro Rinus Michels, il padre del calcio totale nell’Ajax del Profeta del Gol, di Neskeens (futuro blaugrana), Suurbier, Van Dijck e compagnia bella. E non c’è solo lui, bensì anche il forte peruviano Sotil, l’imprevedibile Asensi, il sempre puntuale Rexach e il solido Migueli. Intorno a Johan è nata una squadra a immagine e somiglianza dell’Arancia Meccanica olandese, la stessa guidata in campo dall’asso di Amsterdam alla conquista del Mondiale sfortunatamente sfuggito di mano a Monaco di Baviera con la Germania Ovest. Ma intorno al numero 14 (che in Spagna indossa un categorico 9) è rinato l’entusiasmo fin da quando l’interessato ha detto, al momento di sbarcare al Camp Nou, di aver rifiutato il Real per la sua avversione al ‘Caudillo’ Francisco Franco, alla cui figura era legata da sempre l’immagine pomposa e borghese del club della Capitale. Il quale, in quella metà degli anni ’70, vive una stagione anonima nel difficile passaggio tra vecchia guardia (Zoco, Pirri, Amancio, Velázquez), giovani leve (Santillana, Del Bosque, Camacho) e stelle straniere (il tedesco Netzer). Il tutto con l’addio alla panchina madridista del monumento Miguel Muñoz, sostituito da Luis Molowny, un personaggio da allora in poi spesso presente nelle vicende madridiste. Ad ogni modo, quel 17 febbraio i catalani sono già in fuga a 31 punti, con le seconde Málaga e Atlético Madrid staccate di sei lunghezze. Il Real è dietro, molto dietro: metà classifica a quota 22. E, in una classifica molto corta, la zona retrocessione dista appena cinque punti …

TRIONFO E APPLAUSI – Ebbene, quella fredda sera di febbraio, con i favori della diretta televisiva, Real e Barça scendono in campo con queste formazioni. Da una parte Garcia Remón, Morgado, Benito, Zoco, Rubiñán, Pirri, Netzer, Velázquez, Aguilar, Amancio, Macanás. Dall’altra Mora, Rifé, Costas, De la Cruz, Torres, Juan Carlos, Rexach, Asensi, Cruijff, Sotil, Marcial. In un Bernabéu colmo fino all’orlo blancos e blaugrana si danno battaglia sul filo dell’equilibrio, con alcuni interventi duri dei madrileni (uno di Benito che fa letteralmente volare a terra Marcial in piena area) e occasioni per i padroni di casa mancate da Pirri e Velázquez. Tutto questo fino al 30′. Fino a quando cioè, dopo un bel numero di Rexach, Marcial sulla destra salta Netzer e pesca Asensi libero sul primo palo: piattone a giro sotto le gambe del portiere e catalani in vantaggio. Da quel momento in poi le Merengues vanno totalmente in bambola e la partita si trasforma in un monologo totale per Cruijff e soci. E il Profeta del Gol ci mette la sua mano al 39′: ricevuta palla da Sotil al limite dell’area, si beve tre avversari su una moneta da un euro e dai dodici metri conclude di sinistro piazzandola nell’angolo lontano della porta di Garcia Remón. Vista la forza immane dell’avversario, Molowny cerca di correre ai ripari e alla ripresa del match inserisce Santillana al posto di Aguilar nel tentativo di rinforzare l’attacco. Ma la musica non cambia. Il Real sbanda in difesa e al 54′, rubando palla sul solito disimpegno sbagliato dei castigliani, Asensi si fa venti metri di campo senza che nessuno lo fermi, fino all’area di rigore: sinistro e goal. I padroni di casa provano a reagire, riescono anche a segnare con Macanás ma l’arbitro Orrantia annulla per offside. L’orgoglio non basta, poiché nel giro di sei minuti il Barça chiude i giochi. Prima Cruijff al 63′ s’inventa un fendente preciso per Juan Carlos che s’invola fino al limite dell’area e lascia partire un mirabile pallonetto di destro che non lascia scampo all’estremo difensore. Poi al 69′ ancora l’olandese da calcio piazzato proietta il tracciante per la testa di Sotil: la ‘manita’ è compiuta. Il ‘Bernabéu’ rimane nel mutismo ad assistere i suoi beniamini presi ancora a pallate. E al fischio finale il pubblico madrileno s’alza in piedi per applaudire giustamente i vincitori. Lo stesso Presidentissimo, leggenda al punto da avere uno stadio già dedicato alla sua luminosa figura, riconosce apertamente la superiorità del Barça. A centinaia di chilometri di distanza, invece, pochi ma rumorosi ed entusiasti catalani si riversano nelle Ramblas e in tutta la Ciudad Condal per urlare a Franco il loro orgoglio nazionalista: la loro non è solo una vittoria sportiva, facile intuirlo. “E pensare“, dirà Asensi quarant’anni dopo quella notte, “che eravamo totalmente impauriti dal Real; mai avremmo potuto immaginare un simile risultato da parte nostra. Ieri come oggi il Real aveva una grande squadra. Pensavo: ‘Vediamo se dal Bernabéu usciremo vivi’. E invece vincemmo 5-0. Inimmaginabile, impensabile!“. Da parte sua il Real si vendicherà quattro mesi dopo in finale di Copa del Rey (pardon, del Generalísimo) con un netto 4-0 al ‘Vicente Calderón’. Ma il ricordo di quella notte, di quel 17 febbraio, rimarrà indelebile nell’immaginario collettivo sia dei vincitori che degli sconfitti. E non sarà l’unico Superclásico a passare alla storia.

¡Hasta la próxima!

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