L’ombra dell’autolesionismo su una macchina perfetta
Bastava aspettare, dare a Sarri il tempo che chiese sin dal suo primo giorno a Castel Volturno, per raccogliere i frutti del suo certosino lavoro e poter ammirare il Napoli più bello degli ultimi anni. Una macchina da guerra che nemmeno il più ottimista avrebbe potuto immaginare: da quando l’ex tecnico del Empoli, con estrema saggezza, ha deciso di mettere da parte le sue convinzioni iniziali passando al 4-3-3, sono arrivati nove successi ed un pareggio su dieci gare disputate, con 27 gol fatti e, soprattutto, appena tre subiti. Numeri da corazzata, da grande del calcio europeo, che rendono inevitabile una forte candidatura alla vittoria di un campionato che, dopo dieci giornate, comincia a far intuire i suoi equilibri, ma è ancora senza padroni.
Un momento splendido, quindi. Risultati, bel gioco, tifosi in delirio… non manca niente. Ma ecco che si intravede, puntuale, l’atavico autolesionismo che ha sempre condannato la piazza partenopea ad essere una meravigliosa perdente. Arrigo Sacchi, lo stesso che in questi giorni elogia Sarri senza soluzione di continuità, qualche settimana fa dichiarò che Napoli vinse poco anche con Maradona perché è una città alla quale manca “mentalità vincente”. Un concetto che causò un’ingiustificata indignazione e che il mister di Fusignano sta cercando di far passare anche in questi giorni, in maniera più edulcorata: “Restate uniti, tutti: dalla squadra e i magazzinieri, ai tifosi ed i giornalisti: solo così si vince”.
E invece, proprio quando tutto sembra perfetto, ci si comincia a far del male. Niente di grave, intendiamoci, ma si tratta di quei dettagli che i grandi club del Nord, quando sono al comando, non perdono mai di vista. Il nervosismo di Insigne e Mertens durante la sfida col Palermo, ad esempio: nessuna tragedia, per carità, ma perché far scoppiare un caso in un momento come questo? Ai loro bronci va aggiunto quello, celato, di Gabbiadini, che resta in silenzio in panchina in attesa della sua chance, ma nel frattempo esterna trasversalmente (e, forse, inconsapevolmente) malumore attraverso i retweet del suo agente: ovvio, non giocare non fa felice nessun calciatore al mondo, e così radiomercato si è già rimessa in moto lanciando rumors sul possibile addio a gennaio dell’ex doriano. Un addio che sarebbe un clamoroso autogol per il Napoli e che al momento appare impossibile.
E poi c’è il presidente. Oggi ha parlato De Laurentiis e, come sempre, le sue dichiarazioni non sono state banali. Il patron ha svelato di aver convinto Sarri, attraverso Giuntoli, a passare al 4-3-3, ha rivendicato l’acquisto di Higuain (“E’ stata una mia idea, Benitez voleva Damiao”), ed ha raccontato la sua versione sul momentaneo addio a Pepe Reina di un anno fa, dovuta al doppio gioco del suo agente, che secondo De Laurentiis avrebbe anteposto altri club a quello azzurro, per poi ricevere un due di picche quando si ripresentò dai partenopei.
Un’intervista sicuramente interessante, ma che potrebbe lasciare qualche strascico di troppo: saranno inevitabili, per Sarri, le domande sulla genesi della scelta del modulo, si rischia una nuova polemica a distanza con Benitez, mentre l’agente dello stesso Reina, Manuel Garcia Quilòn, potrebbe non aver gradito la versione del patron, con tutte le conseguenze “diplomatiche” del caso.
Lo ribadiamo a costo di essere ridondanti: l’ambiente azzurro è sereno, il gruppo è compatto e la consapevolezza di poter conquistare qualcosa di grande c’è tutta. Ma, bisogna ammetterlo, queste pur minuscole avvisaglie non possono non instillare il timore di trovarsi di fronte, ancora una volta, quel difetto che ha reso troppo spesso la nostra piazza e – storicamente – il nostro popolo frammentato, disunito e di conseguenza fragile. Il più classico esempio di “divide et impera”, tutto a vantaggio del resto d’Italia. Non caschiamoci di nuovo.
Mirko Calemme
Giornalista: corrispondente per l’Italia di Diario As e redattore di Tuttonapoli


