LA RIVINCITA DI HUGO NON CELA I LIMITI DEL NAPOLI
Avesse perso all’Olimpico il Napoli saremmo rimasti qui, arrabbiati e col fegato amaro, a parlare di una sconfitta che sapeva di ricaduta, di salto all’indietro, di ritorno a un passato fatto di errori, contraddizioni, errori e presunzioni dei giocatori come del mister. Invece alla fine, nel marasma tattico messo su dall’umile Walter, il quale negli ultimi scampoli ha osato azzardare la bellezza di quattro attaccanti quattro, è salito alla ribalta l’eroe che non t’aspetti: Hugo Campagnaro. Il rinnegato, il piantagrane, colui che secondo qualcuno (non facciamo nomi: Riccardo Bigon …) non sarebbe meritevole del rinnovo e che invece, con una semplicissima spaccata, gesto più unico che raro per un terzino navigato qual egli è, ha zittito tutti. Il direttore sportivo, innanzitutto, e con lui tutta la dirigenza partenopea. Noi, che dall’assalto a Fort Apache ci saremmo aspettati la cannonata di Cavani, il guizzo di Insigne, la bordata di Inler, la pugnalata di Hamsik o il colpo di coda di un sempre più abulico Pandev (non offenderti per questo, grande Boss!). I tifosi capitolini, che 4’ dalla fine più recupero stavano già gongolando e, tra un coro anti-napoletano e l’altro, facendo calcoli su come ricominciare la scalata a quel secondo posto che rimane lì dov’era, a sei punti, occupato dai nostri azzurri. Meglio concentrarci su quello, solo su quello, con la Juve in cima a cinque lunghezze. E non solo considerando la miglior qualità complessiva di Madama, ma soprattutto analizzando la prestazione della Mazzarri-band, al di là delle faticate patite dai Nazionali tra campi e scali internazionali.
La succitata definizione di salto all’indietro non è peregrina. Un regresso, non eccessivo, ma comunque evidente rispetto alle ultime positive uscite, effettivamente c’è stato, e in diversi aspetti. Per quanto rimaneggiata e scoraggiata dagli ultimi risultati non proprio rosei, c’era da aspettarsi, anche nelle parole del suo allenatore, una Lazio aggressiva e tenace, disposta a giocarsi la posta e a rendere filo da torcere agli azzurri. Il problema è che i nostri ragazzi probabilmente non hanno riflettuto su questo particolare alla vigilia del match, magari convinti di avere vita facile e sbancare l’Olimpico senza difficoltà. Per 25 minuti buoni, dinanzi a dei biancocelesti desiderosi di riscatto, coraggiosi, sfrontati, s’è visto un Napoli abulico e svogliato. E distratto, come in occasione del goal preso da Floccari, ove è rimasta immobile tutta la difesa partenopea, punita proprio con quella ch’è la sua arma preferita, ossia il contropiede, magistralmente sfruttato dai boys di Petkovic. Il quale, poi, ha stoppato il suo collega Mazzarri a menadito, con un pressing asfissiante sui portatori di palla, difensori compresi, e in linea mediana, il che poneva in condizione d’isolamento i nostri attaccanti, peraltro già ingabbiati da Biava e company. E il livornese, tanto per cambiare, ha cambiato lo scacchiere in corso d’opera e per situazioni d’emergenza, causa infortunio occorso a Behrami. Ha messo Insigne al posto dell’elvetico; chiaro il messaggio: trazione offensiva e, soprattutto, ennesima bocciatura per Donadel (ma non era rigenerato, dottor Bigon?). L’apporto del frattese s’è notato, altroché: è bastata la sua sola presenza sulla fascia sinistra per mettere in ambasce la difesa biancoceleste, anche se lo status quo non è mutato, per i motivi di cui sopra, ai quali si assommano i soliti problemi derivanti dalla mancanza di un regista puro che imbecchi i suoi compagni lì in avanti. E, udite udite, Mazzarri ha voluto davvero osare: dentro El Kaddouri e Calaiò, fuori Mesto e Zuniga. Punte e mezze punte a iosa, e chi più ne ha più ne metta! Il goal, avrà pensato il mister, prima o poi dovrà arrivare. Alla fine ne viene fuori che, nell’arco dei 90 minuti, sono stati i nostri avversari a concludere di più in porta, vincendo quasi per distacco la gara degli shoot. Eppure, occorre dirlo, per un certo momento nella ripresa, i capitolini un po’ i remi in barca li hanno tirati, se è vero com’è vero che la rete del pari sembrava essere a un certo punto nell’aria, giungendo poi puntualmente. Solo allora la Lazio s’è ricordata che fino a poco prima stava vincendo e che aveva buttato il successo alle ortiche. Il suo forcing è stato tardivo e senza gran costrutto. Il ‘nullo’ è fondamentalmente giusto.
Pareggio giusto, dunque, almeno dal punto di vista dell’impegno e della generosità profusa dagli azzurri nella seconda frazione. Ma tutto ciò non cancella il giudizio per nulla lusinghiero sui primi 45’ e, più in generale, sull’operato di Mazzarri. Per quel che concerne il primo, al di là, ripetiamo, della comprensibile stanchezza dei Nazionali, la convinzione dannosa di aver già la partita in pugno e di potersi concedere persino errori banali, non abbandona mai questa squadra, ripresentandosi sovente, anche nei momenti inaspettati, anche quando pare che finalmente questa squadra abbia imbeccato la via della maturità. Quanto al secondo, esso mostra pregi e difetti: il coraggio, il cuore oltre l’ostacolo, l’impegno, la voglia di non mollare da una parte; la monotonia del tema tattico, del tipo di gioco, degli uomini su cui puntare, le rigide gerarchie e la mancanza di camaleontismo dall’altra. E’ per questo motivo che di scudetto (massì, pronunciamola pure la parola, tanto ormai…) è meglio non parlarne. Pensiamo al secondo posto, anche perché col risultato di stasera è quasi blindato, soprattutto alla luce del vantaggio coi laziali negli scontri diretti. E non è poco, per come la stagione s’era messa a un certo punto.
