LA GRANDE LETTERATURA SPAGNOLA: FEDERICO GARCIA LORCA

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Pochi forse sono riusciti nella letteratura d’ogni tempo a saper riprodurre in forma scritta l’essenzialità di una stirpe. Pochi sono stati abili nel raffigurare  la struggente malinconia, la profondità, la cruda e reale drammaticità del popolo andaluso, l’unico, tra tutti quelli ispanici, capace di conservare intatte le sue radici in 4000 e passa anni di storia. A realizzare tutto ciò non poteva che essere il talento naturale e poliedrico di Federico García Lorca, il più grande poeta spagnolo del ‘900.Un talento poliedrico, appunto. E difatti non lo si può definire solo poeta, dacché è stato pure autore in prosa e drammaturgo. Ma oltre a ciò, anche un bravissimo pianista, un ottimo disegnatore e pittore, un appassionato studioso di folklore e si dilettava anche nel canto. Un artista, dunque. Un artista in tutto e per tutto, un uomo con l’arte annidata nelle vene, pronta a scorrere come linfa vitale e a esplodere nella sua pienezza. Arte metabolizzata e respirata nella terra natia, tra il villaggio di Fuentevaqueros, in cui nasce il 5 Giugno 1898, e Granada, dove cresce in gioventù. Venuto al mondo in una famiglia composta da musicisti dilettanti, Lorca assimila totalmente l’atmosfera della sua Andalusia, l’oscurità, la passionalità, il carattere sanguigno e verace della gente che lo vede crescere. Tutte queste caratteristiche emergono spontanee e libere nelle sue raccolte poetiche, tra le quali spiccano ‘Romancero Gitano’ (1928) e ‘Poema del Cante Jondo’ (1931): ritratti fedeli e reali dell’anima più nitida del ‘pueblo andaluz’, ma al tempo stesso rappresentazioni di un ambiente in cui ogni oggetto, ogni essere vivente si trasforma in simbolo di sentimenti, stati d’animo e momenti cruciali dell’esistenza, quali la vita e la morte. Il tutto attraverso la riscoperta della più primitiva forma di poesia spagnola, il romance appunto, abbinato a quel ‘cante jondo’ che costituisce il genere musicale andaluso per eccellenza e che Lorca riporta a nuova vita grazie anche alla conoscenza con Manuel De Falla, uno dei più grandi musicisti spagnoli di sempre. E quella stessa arte trova la sua massima espressione, raffinandosi e perfezionandosi, nel periodo trascorso a Madrid dalla fine degli anni ’10, in quella Residencia de Estudiantes che funge da vera e propria palestra per i protagonisti di una stagione artistica senza precedenti per la Spagna. Lorca fa parte di quella generazione, e con lui i suoi amici Alberti, Diego, Salinas, soprattutto Salvador Dalí e Luis Buñuel. E’ il periodo in cui l’arte spagnola esce dal suo provincialismo, incontrando le avanguardie e il surrealismo. E proprio dei toni astratti e visionari del surrealismo si nutre Federico, con punte di lirismo elevato in ‘Poeta en Nueva York’ (1929), proiezione in forma versificata del suo viaggio negli Stati Uniti, in un paese dove lo stupore per la grandezza dei grattacieli e il ribrezzo per la povertà alla quale sono ridotti i negri non possono restare nascosti. Surrealismo, astrattismo, metafore ardite e criptiche compaiono anche in altri componimenti, come l’’Oda a Salvador Dalí’ (1926), oppure ‘Santa Lucía y San Lazaro’ e ‘Nadadora sumergida’ (1927), a testimonianza di un genio che non disgusta strade nuove.Ma l’amore per la sua Andalusia resta fortissimo e ritorna puntuale nella poesia (‘Divan del Tamarit’, 1932-34). E la terra natale diventa protagonista anche nelle sue tre tragedie, altro genere letterario riscoperto dopo secoli di oblio: il fatale triangolo amoroso di ‘Bodas de sangre’ (1932); la progressiva pazzia di una donna in ‘Yerma’ (1934); le ossessioni e il despotismo di una madre di famiglia in ‘La casa de Bernarda Alba’ (1936). E anche i drammi precedenti vanno ricordati, soprattutto ‘Mariana Pineda’ , ‘La zapatera prodigiosa’ (1924) e ‘Amor de Don Perlimpín’ (1926), testimoni della bravura di Lorca non solo come autore, ma anche come regista.E non c’è solo questo nella sua vita. C’è il rapporto con la sua omosessualità, motivo di tormento interiore in un contesto falsamente perbenista e bacchettone come quello della Spagna del primo ‘900. Ma c’è anche, e soprattutto, il suo impegno politico. L’impegno che lo porta a dirigere un teatro itinerante, ‘La Barraca’, destinato all’educazione dei poveri e della classe operaia. L’impegno che a lui, socialista e antifascista convinto, costerà caro nei giorni caldi della Guerra Civile, quei giorni dell’Agosto 1936 in cui viene stanato dai fedeli di Francisco Franco nella sua Granada, per poi venire brutalmente fucilato nei boschi di Víznar dai cecchini che gli urlano ‘¡rojo maricón!’ (‘finocchio rosso!’, cioè socialista). Da lì in poi il silenzio e la censura, imposti dall’establishment franchista, fino alla meritata riscoperta dopo il ritorno alla democrazia. E al suo ergersi a simbolo. Di un’idea politica, certo, ma anche di un’identità culturale e territoriale. L’identità di un popolo che avverte la sua particolarità, non senza tralasciare timidi impulsi separatisti. Di un popolo ammirato nel mondo, celebrato nell’arte spagnola e internazionale, capace di restare uguale a se stesso e fiero delle proprie tradizioni. E dei suoi figli, come l’illustre poeta Federico. Figli dell’Andalusia. Figli della Spagna.¡Hasta la próxima!

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