Insigne: capitano senza bussola

Una squadra per dirsi davvero “grande” ha bisogno di un capitano. Ruolo fondamentale per il gioco e i risultati ma soprattutto per tenere saldo lo spogliatoio, specie nel rapporto con allenatore e società.

Il capitano del Napoli è Insigne: giocatore dalle indiscutibili doti tecniche, reduce da una delle sue migliori stagioni in azzurro e uno dei fiori all’occhiello della Nazionale italiana guidata da Roberto Mancini.
Tuttavia, innegabile è quanto il Magnifico sia un capitano atipico.

Tra i numeri 10 del calcio nostrano il primo nome è quello di Francesco Totti. Il capitano della Roma, anche per le similitudini tra le piazze, resta l’esempio più lampante di ciò che Insigne potrebbe – in potenza – essere, ma che ancora non è diventato nei fatti.
Il capitano – e l’ottavo Re di Roma ne è la personificazione – non è solo una bandiera ma è quello che cementifica il legame tra squadra e città. Non si contano negli anni i Francesco battezzati a Roma in suo onore. La domanda è d’obbligo: quanti Lorenzo nasceranno a Napoli per celebrare il capitano azzurro?

Retorica e battesimi a parte, l’esempio nasce dall’assunti iniziale: Lorenzo è un capitano atipico. Celebrato da molti e criticato da tanti, chiamato “il cafone di Fratta” da troppi, campione assoluto a cui la fascia parecchie volte è stata stretta.
Sì perché Insigne, così come il Napoli, nei momenti clou dove si dovrebbe fare il “salto di qualità” è sempre clamorosamente venuto meno.

Un capitano dovrebbe prima di tutto imprimere la sua impronta in fatto di personalità e l’umorale Lorenzo è stato capace di esaltare in molti casi il gioco – con splendidi goal e assit – ma troppo spesso ha portato giù con se tutta la squadra e la fascia di capitano, sempre più stretta, non ha fatto altro che peggiorare il suo sentire e la sua immagine agli occhi della tifoseria.

Sia chiaro, in un progetto di rifondazione uno come Lorenzo Insigne la società dovrebbe tenerselo stretto solo nella misura in cui sia anche lui a voler sposare la causa della rinascita partenopea.
Cosa significa? Restare senza volere un aumento dell’ingaggio già più che dignitoso, mettersi al servizio dei compagni presenti e futuri e soprattutto non farsi “Masaniello” di cause perse.
Chi scrive non svela certo il segreto di Fatima affermando che tra gli “ammutinati” della gestione Ancelotti il capitano fosse in prima fila.
Tuttavia, da questa penna non si darà adito ai gossip che lo vogliono capopopolo in una lotta interna con la società. Non vogliamo crederci e non vogliamo alimentare una situazione potenzialmente esplosiva – anche se la carica continua ad aumentarla il silenzio della società – l’obiettivo è un altro.

Quale?
Augurare a Lorenzo Insigne un magnifico europeo da protagonista. Sperare in una risoluzione che lo tenga ancorato al Napoli che disperatamente ha bisogno di bandiere. Credere che Insigne possa essere un capitano, un numero 10 – costretto alla 24 solo perché El Diez in azzurro è sacro – davvero a tutto tondo.
Un capitano nel quale riconoscersi e non solo da applaudire per un dribbling e una punizione.

I nostri auspici sono tutti in pausa, il tempo degli Europei di calcio, e potranno trovare risoluzione solo quando Il Magnifico tornerà a vestire l’azzurro del Napoli.
Chi scrive vuol credere nella sua crescita e conseguentemente in quella del Napoli ma il primo a metterci la testa più del cuore deve essere proprio lui.

Nell’anno della morte di Maradona, Napoli – squadra e città – hanno un disperato bisogno di simboli e di una guida che sia ferma e solida in campo. In panchina si appresta a sedersi Luciano Spalletti: un ottimo allenatore che non merita la fama di “boia dei capitani”.

Quindi si spera che Lorenzo possa sentirsi al centro del progetto e tranquillo nell’essere il capitano azzurro: la traversata nel nuovo campionato sarà difficile, c’è bisogno che lui abbia voglia di comandare la nave dentro al rettangolo di gioco e che fuori – allenatore e società – mettano lui e gli altri nelle condizioni di dover giocare e basta. Senza alzare la voce e la testa, giocare e basta: i calciatori sono pagati per quello e il Magnifico come gli altri dieci in campo dovrebbe ricordarlo qualsiasi maglia indosserà.

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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