In ‘Goal!’ verso il sogno

Danny Cannon nel 2005 dà inizio alla fortunata trilogia di Santiago Muñez. Presentandoci il ritratto verace di un’ambizione nata dal nulla e baciata dal successo

I ragazzini cresciuti negli anni ’80 e ’90 e poi divenuti calciatori hanno visto Holly e Benji sei giorni su sette. Un cartone animato con partite di novanta minuti dalla durata di una-due settimane, tiri supersonici, portieri acrobati che si tuffano prendendo slancio da pali e traverse. E i pensieri sulla vita, l’infanzia, gli amici e i genitori in tribuna ad affastellarsi in testa mentre si scocca un tiro o si effettua una parata. In un cartone tutto questo può accadere, ed è estremamente lontano dal consueto. In un film no, invece. Quando il sogno di diventare eroi della domenica passa per il celluloide, il risultato è talmente vicino alla realtà da farti pensare che anche tu, sì, puoi essere come Santiago Muñez. Cresci nella merda, immagini ben altre e più ingloriose aspirazioni per il tuo avvenire. Ma hai talento in un campo (quello di calcio, beninteso), e se ti capita il gran treno della vita ci sali su e non ne scendi più. E invece di pensare a come far prendere una traiettoria siderale e impossibile alla palla, ti ‘accontenti’ di saltare mezza squadra avversaria con un dribbling secco. E di andare in Goal!. Proprio come Santiago. Il protagonista della trilogia iniziata nel 2005 dal regista inglese Danny Cannon. Il cui primo capitolo, bello da ammirare quanto gli altri due, è una storia esemplare. Cruda quanto basta, senza trionfalismi né false illusioni. Un puro saliscendi dalla polvere agli altari, dallo splendore alla miseria. Fino al salto verso la gloria.

“HAI STOFFA DA VENDERE …” – Gli stenti li ha sempre conosciuti, Santiago. Da piccolo, quando insieme alla famiglia, nonna compresa, ha traversato illegalmente la frontiera tra Stati Uniti e Messico. Da diciassettenne, costretto a dover arrangiarsi con piccoli lavoretti, anche con il padre, giardiniere onesto e serio ma troppo orgoglioso. E soprattutto contrario alla passione del figlio per il pallone. Santiago gioca in una piccola squadra amatoriale, ed è lì che lo nota un inglese, Glen Foy, ex giocatore del Newcastle, titolare di un’officina e osservatore a tempo perso per i bianconeri. Un potente procuratore circondato da donne a iosa, Barry Rankin, gli promette di venire a vedere quel talentuoso ragazzino, ma marca visita. Ciò tuttavia non impedisce a Glen di proporre a Santiago un provino proprio per il suo vecchio club, non prima di essersi messo in contatto con Erik Dornhelm, l’imponente tecnico tedesco dei Toons. Il padre si mette di traverso rubandogli finanche i soldi messi da parte, con pazienza certosina, per il viaggio. Niente paura, hombre. Ci pensa la nonna, grazie ai risparmi di una vita; anche lei ha sempre lavorato, specie dopo la scomparsa della madre. Ed ecco che il giovane Muñez sbarca nello sconosciuto Regno Unito.

FANGO E STELLE – Ed è lì che inizia la sua parabola. Il fischio d’inizio, però, è foriero di esiti inattesi. Il provino con la squadra riserve si svolge sotto l’acqua, su un terreno fangoso fino alle caviglie, impedendo giochi di prestigio e colpi da maestro. Dornhelm non bada all’handicap della mota ed è per il goodbye al nuovo arrivato, Foy insiste e ne ha ben donde, visto che il trainer era distratto una continuazione dal cellulare. Santiago viene tenuto in prova per un mese: il sogno continua, avallato anche dalla contatto diretto coi campionissimi: Shearer, Milner, Dyer, Bowyer. Sulle note della musica degli Oasis, si acclimata ai ritmi e alla diversa consistenza del tappeto verde britannico. Eppure gli tocca far fronte alle gelosie di compagni troppo bambinoni per sfruttare appieno le loro capacità. Come Hughie McGowen, ormai decaduto dalla prima squadra a trent’anni passati. Oppure come il reclamizzato Gavin Harris, che consuma le dita sul joystick della Playstation e i soldi per andare a donnine più di quanto non butti il sangue in campo. Mentre a casa la nonna e il fratellino cercano invano di rendere partecipe il padre dei suoi progressi, lui non informa i suoi mentori di un problema fisico non da poco: è soggetto asmatico, teme di essere tagliato fuori. Tanto meno lo rivela a Roz, la bella e simpatica infermiera che lo visita e con la quale intreccerà una forte relazione. La grande occasione arriva con la finale del torneo riserve contro il Manchester United. Ma in campo non ha fiato in cassetta, e non per colpa sua: Hughie, bastardo come non mai, gli ha scassato l’inalatore per l’asma con un pestone. Sembra finita per davvero. Invece sul taxi diretto all’aeroporto sale anche Gavin, di ritorno dall’ennesima notte brava: diventeranno amici. Il bidone si funge mediatore col mister riuscendo a farlo riammettere Muñez in squadra. E gli fa conoscere anche un po’ di bella vita. Ma Santiago non smette mai di allenarsi, non perde mai tempo per imparare a essere meno individualista, a considerare importante “il nome che porti davanti più di quello di dietro” come dice Dornhelm.

GRAZIE PAPÀ! – Il Newcastle intanto si gioca il posto in Champions League, bisogna vincere le ultime tre gare. Col Chelsea gli va bene per il rotto della cuffia. Col Fulham è un’altra grande chance per Santi. Un compagno s’infortuna, entra al suo posto giusto in tempo per seminare due avversari e procurarsi un rigore che Gavin trasforma. I tifosi sono in estasi. E non solo loro. A migliaia di chilometri di distanza uno spettatore inatteso ha le lacrime agli occhi: è suo padre. Ha visto il suo ragazzo giocare, ha finalmente capito il senso di quella ribellione dirompente, troppo enorme per non spingerlo ad alti lidi. Quella sera stessa Harris lo coinvolge in un festino londinese, e un paparazzo solerte, amico del divetto, lo immortala in dolce compagnia. Lui se ne va via subito, ma le foto finiscono dritte sul Sun. Nulla in confronto al peggio successivo: il padre muore per infarto mentre sta lavorando. Lo coglie come il segnale del ritorno a casa, e giunge anche al check-in. Poi però ci ripensa: lasciare il sogno sarebbe stata una scusa. Una scusa come tante altre, sulla scia delle ambizioni fiaccate dal dispotismo paterno. Lui però non sa, e nemmeno immagina, quanto quel padre sia stato felice di vederlo in TV, urlando agli astanti: “È mio figlio!“. E forse è anche lui, da lassù, a sostenerlo nell’ultima partita contro il Liverpool. Ci sono tutti a dargli forza. A Los Angeles la nonna, il fratellino e la figlia di Glen. A St. James’ Park lo stesso Glen, Roz, il recalcitrante Barry, pronto a offrirgli un ingaggio milionario per metterselo sotto procura. Quando i Toons sono sotto 1-2, Santiago serve l’assist al redivivo Gavin, e con una micidiale punizione porta tutti in Paradiso. Lì dove, sicuramente, c’è anche suo padre. Lo ha visto giocare: glielo dice la nonna al telefono, dopo il fischio finale. “Scommetto che ti sta guardando anche adesso!” gli urla felice Glen. È l’apoteosi, per lui. Un orgasmo di felicità e gioia, insieme al bacio della dolce Roz, a chiudere un’opera da non perdere per qualsiasi amante del calcio.

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