“Il dito contro”: Why always Balo?

Why always me?”  recitava così la scritta di una maglia indossata da Mario Balotelli, la shirt era messa sotto quella della divisa del Manchester City qualche anno fa, immagine poi diventata iconica, un vero e proprio simbolo della condizione che il bad guy di Brescia vive – o sente di vivere – sui campi di calcio.

Mario Balotelli ha numeri e classe, questo è impossibile da negare e controproducente da discutere; ma ha anche un carattere difficile da domare.

L’unico che pareva esserci riuscito fu Mancini durante l’esperienza all’Inter, ma anche lì Mario si rese protagonista di molti problemi. Balotelli ha classe e numeri e negarlo equivarrebbe a non capirci molto della materia calcio. Tuttavia ha una capacità che appartiene a pochi: far arrabbiare gli avversari con i suoi numeri che si trasformano in “prese in giro” contro gli stessi; indimenticabile è il calcione rifilatogli da Totti nel corso di una partita. Anche lì Mario ebbe di che lamentarsi, insomma il leitmotiv resta lo stesso: “Why always me”?

Allora arrivarono nuove esperienze: il City, il Milan, il Liverpool e poi di nuovo il Diavolo italiano, per approdare poi in Francia prima al Nizza e poi all’Olympique Marsiglia. Mario Balotelli, stella d’ebano del parco attaccanti italiano diventa un girovago, legato esclusivamente all’immagine che arrivava di volta in volta di se sul terreno di gioco.

Immagine “sporcata” da qualcosa che ha ben poco a che fare con il calcio, ovvero il gossip che l’ha visto coinvolto con una starlette italiana e dal cui amore è nata la piccola Pia, forse il secondo motivo reale che ha spinto l’attaccante a voler tornare in Italia accettando l’offerta del Brescia. Sì perché il primo motivo che ha spinto Mario Balotelli a tornare nel Belpaese è indubbiamente quello di voler restituire – e restituirsi – l’immagine di un campione ritrovato, dimostrare – e dimostrarsi – di aver messo la testa a posto.

Il “dito contro” di questa settimana è puntato al suo indirizzo, perché purtroppo il vecchio detto non sbaglia: “chi nasce tondo è difficile che muoia quadrato”. Mario da quando è approdato nella sua natia Brescia s’è reso protagonista almeno di due episodi che definire “particolari” sarebbe riduttivo: il lancio del pallone per i ‘buuu’ razzisti contro il Verona e l’espulsione occorsagli nel corso dell’ultima giornata.

Se nel primo caso si può giustificare la sua irruenza come un atto di protesta contro qualcosa di becero che nel 2020 dovrebbe non esistere negli stadi, nel secondo si torna a guardare la sua immagine di sbieco, chiedendosi inevitabilmente se il bad guy riuscirà mai a scrollarsi di dosso l’etichetta di ‘bad’ tornando ad essere finalmente un calciatore e basta. Ma per onor di cronaca sentiamo di non poter non sottolineare quanto in Italia sia difficile dimenticare, quanto gli arbitri conoscano a memoria i calciatori che s’avvicendano negli stadi italiani e che per alcuni più che per altri abbiano sempre pronti i cartellini.

È il caso di Mario Balotelli, la cui storia con il calcio italiano forse è morta sul nascere e riprovarci a Brescia non sta facendo che dimostrarlo.

”Why always me”? Recitava la scritta su quella maglietta indossata anni fa sotto la divisa del Manchester City, questa settimana il dito è contro Mario Balotelli, nella speranza che riesca a calmierare il suo carattere e che gli sia permesso di fare ciò che gli riesce meglio: giocare a calcio, che è l’unica cosa che conta davvero.

 

Gabriella Rossi

Laurea Triennale in Lettere Moderne conseguita presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, laureanda magistrale Filologia Moderna presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Mi diverte molto la fotografia, scrivere, andare ai concerti , viaggiare e ovviamente tifare Napoli.

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