Il fango di Carlo Petrini

Tempo fa per la nostra rubrica Calcio e Arte abbiamo parlato di un film, Ultimo minuto di Pupi Avati, il quale di fantasioso ha ben poco. O meglio, i personaggi sono di fantasia, ma tratteggiati con verosimiglianza, ed è pienamente autentica la realtà marcia in cui sguazzano, quella di un calcio dove tutto è deciso a tavolino, persino le carriere dei giocatori in erba. Ciò di cui discuteremo ora, invece, di inventato non ha praticamente nulla. Anzi, ogni cosa ivi raccontata è tremendamente e incredibilmente vera. È la storia di un calciatore, il racconto in prima persona di una vita spericolata e dissoluta. Peggio ancora: uno spaccato, attraverso tale racconto, di un calcio dove silenzi, falsità, ipocrisie, avidità e complicità partoriscono un contesto che definire sporco è eufemistico. Il libro in questione è Nel fango del Dio pallone (2000), autobiografia nuda e cruda dell’ex calciatore Carlo Petrini. Il ritratto della sua esistenza maledetta, terminata a 64 anni nel 2012 per un male incurabile, e di quel ‘Dio pallone’ sinonimo di infinite croci e pochissime delizie per lui.

SESSO, DOPING E FLEBO – Con dovizia di particolari e preciso ordine cronologico, Petrini racconta la sua vita fin dall’inizio. Da quando cioè a Monticiano (Siena), paesino natio suo e di Luciano Moggi (sinistra coincidenza …), comincia a dare calci al pallone. Il calcio rappresenta per il giovane Carlo il modo di lasciarsi alle spalle un’infanzia grama, segnata dalla prematura morte del padre, umile taglialegna, e dalla scomparsa altrettanto tragica di una sorella condannata dal diabete a soli sedici anni. Disgrazie fin da subito. Ma per l’aitante toscano, attaccante possente e talento precoce, si aprono le porte di una carriera promettente. Trafila giovanile nel Genoa, poi un anno in prestito a Lecce e il ritorno alla base rossoblu. Ed è qui, nel campionato-maratona di Serie B 1967-68, che Petrini fa il suo primo incontro con il doping. Con le ‘punturine’ come le chiama lui e come le definivano anche i medici del club ligure che le somministravano ai lui e ai suoi compagni di squadra. Del resto chi, all’epoca, non faceva ricorso a simili ricostituenti? Un argomento già noto in quei tempi, accentuato da eventi come l’improvvisa morte di Giuliano Taccola. Ad ogni modo un tema tenuto nascosto per decenni, e sul quale il protagonista fornisce dettagli relativi alle prestazioni alterate ma anche all’elusione dei controlli. Come si fa a non venire squalificati? Basta conservare le provette ‘sane’, già prodotte in precedenza, nella tasca di un accappatoio e il gioco è fatto. La salvezza dalla C raggiunta a luglio dopo una serie interminabile di spareggi apre a Petrini le porte del grande football: il Milan lo vuole. Sì, il Milan di Rivera, di Hamrin, di Trapattoni. E pazienza se è solo riserva, tanto anche lui prende parte alla festa per la Coppa Campioni vinta nel 1969. Alla fine però è colpito da uno strappo alla gamba, sicché per riprendersi gli vengono praticati i famigerati raggi Roentgen, causa di morte per altri sfortunati calciatori. Poi arriva il Torino, due anni contornati da una Coppa Italia vinta nel ’71. Quell’estate Petrini passa al Varese, e inizia il declino. Un’operazione al menisco lo tiene lontano dai campi per diverso tempo, ma lui in panchina non può starci, e allora per scendere in campo gli serve qualcosa: infiltrazioni. Iniezioni che, per quanto nocive, gli sgonfino quel già dannato ginocchio consentendogli di giocare ugualmente. La siringa la vedrà spesso d’ora in poi, sia per curare l’arto danneggiato che per potenziare le sue prestazioni; la ‘flebo del sabato’ diventa un appuntamento a cui è impossibile sottrarsi. Poco importa se i contesti in cui milita (Catanzaro, Terni, Cesena, Verona, la ‘Rometta’ ancora povera degli anni ’70) non gli consentano di esprimersi a grandi livelli. Il calcio ha annullato i suoi ricordi giovanili, gli ha regalato ricchezza, notorietà, case, macchine di lusso. Gli ha dato una moglie e dei figli, ma anche delle amanti. Alcune delle quali già impegnate con suoi colleghi. Alcune delle quali incontrate e portate a letto per rapporti occasionali anche poche ore prima di correre sul tappeto verde. A Roma, tuttavia, durante la sua militanza giallorossa ha conosciuto Massimo Cruciani, commerciante di frutta inserito nel giro delle scommesse clandestine sul calcio, e delle conseguenti partite truccate. Le partite truccate, altro tema del quale l’interessato parla senza censure: quasi tutte le partite hanno un risultato già deciso, afferma. Un gorgo in cui rimane coinvolto, quello del primo grande scandalo-scommesse del nostro football. Un vortice cui ne seguirà per lui un altro, non-calcistico.

NON SOLO SCOMMESSE – Tutto ha inizio quando nell’estate del ’79 Petrini finisce al Bologna, di nuovo in A. E’ riserva di Beppe Savoldi, ma non è un problema, poiché il club emiliano ha provveduto a pagarlo bene per la sua nuova avventura. Eppure di partite Carlo ne gioca pochine. In quel periodo però le voci di match alterati e combinati si moltiplica, soprattutto a Roma dove l’amico Cruciani maneggia i fili di un’architettura maligna, un cancro in fase metastatica nel sistema-calcio. E allora, tanto vale salire sulla giostra e partecipare alla farsa ormai posta in scena. Il Bologna organizza la famosa combine con la Juventus: 1-1, tutto ok, nessuno ha mancato ai patti. Cosa che invece non succede con l’Avellino: deve finire in parità, invece i rossoblu vincono. Da quel momento in poi gli eventi precipitano e Petrini si trova direttamente impelagato nell’inchiesta sportiva e ordinaria imbastita sullo scandalo. Un’inchiesta da lui giudicata con termini non del tutto positivi: troppo frettolosa, troppo orientata a punire pochi nomi, specialmente quelli a fine carriera come lui. L’onta della partecipazione alle malefatte non è l’unica, difatti gliene tocca un’altra: convincere Cruciani a non confessare l’accondiscendenza di Boniperti e Trapattoni al trucchetto. In cambio, un lauto compenso di 100 milioni per rimanere muto. Petrini assolve la missione, ma alla fine gli spetterà un ‘sacrificio’ immane: tre anni e sei mesi di squalifica. La fine dei sogni, l’inizio di un incubo. Un incubo segnato, almeno al principio, dal desiderio di rifarsi una vita senza calcio, in maniera onesta. Dopo sempre più terribile, dettato da quella voglia di strafare, di arricchirsi, di avere tutto e subito, di rischiare mettendo a repentaglio la propria esistenza. Petrini si ricicla come capo di un’azienda finanziaria, ma accumula debiti in quantità industriale e viene minacciato dai creditori, alcuni dei quali loschi individui legati alla malavita organizzata. Alla fine degli anni ’80 molla tutto, famiglia compresa, e scappa in Portogallo, poi in Francia dove vive con la sua nuova compagna Margaret, con la quale inizia quella ch’egli definisce ‘la nuova commedia‘: seconda esistenza da sregolato, alcool, altri tradimenti, una figlia illegittima. Una vita da ‘sepolto vivo‘. E che viene definitivamente incanalata da due eventi drammatici. Prima un glaucoma a entrambi gli occhi che, dopo l’operazione, lo lascia semicieco. Poi il tumore cerebrale che colpisce a soli diciannove anni il figlio Diego, giovane promessa del pallone. Il ragazzo fa appello alla TV per rivedere suo padre prima di spirare, ma Carlo non torna in Italia per rivedere il giovane morente: ha paura di morire ammazzato dai suoi nemici. Nessuno lo ascolta più, il mondo del calcio lo ignora dopo averlo cacciato a pedate. Petrini però tornerà, nel Belpaese. E non lo farà solo per essere vicino al figlio defunto. Dall’uscita del libro al giorno del suo addio, infatti, non avrà paura di parlare. Di aprire gli occhi ad appassionati ed addetti ai lavori su quel quadro desolante in cui ha vissuto, e al quale ha contribuito certamente. Sbagliate sono state le sue azioni in quel mondo, benché compiute forse inconsapevolmente. Ciò nonostante il modo in cui si è ridotto per colpa del calcio merita pietà. Ammirazione merita il suo pentimento. E il coraggio che l’ha guidato nel denunciare un oggetto mostruoso e fangoso, quel calcio che, dalle radici più profonde, inganna i tifosi. E i calciatori stessi, ridotti a burattini senza scampo e inanimati. Come lo stesso Carlo Petrini.

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