EUROPA CHAMPIONS’ LEAGUE

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Onore al merito, bisogna ammettere che ci sono riusciti. Non era facile riprendere dal coma una competizione moribonda, ripulirla e rilanciarla in un format del tutto nuovo, molto più accattivante e convincente. Diciamoci la verità, la Coppa Uefa che tanta gloria ci aveva dato vent’anni fa era diventata una coppetta, un trofeo dei poveracci che faceva gola anche meno della tanto vituperata Coppa Italia. Per lasciar vincere negli ultimi anni squadre come Zenit e Shaktar, vuol dire che si era veramente alla frutta, perché le squadre di livello maggiore snobbavano le gare infrasettimanali per concentrarsi sul campionato. 

 

Poi qualcosa è cambiato. In questa svolta la gestione Platini c’entra, anche se solo fino ad un certo punto. La metamorfosi era già in cantiere da qualche anno; semmai il nuovo presidente ha portato una ventata d’aria fresca a livello pubblicitario e motivazionale. Ci vorrebbe un sociologo dello sport o uno scienziato di alto rango per studiare un fenomeno simile, fatto sta che la stagione appena conclusa, la prima sotto il nome di Europa League, ha visto squadre di fascia medio-alta giocarsi il tutto per tutto fino alla fine, trascurando magari anche un po’ il campionato. Le uniche a non aver capito in tempo come stavano andando le cose (che novità) sono state le italiane, che come ogni anno si sono scrollate di dosso l’impegno europeo del giovedì manco fosse un dente cariato da estirpare. Già, il giovedì, proprio il giorno è forse la grana più fastidiosa da affrontare. Troppo vicino alle gare di campionato, come ha ben detto De Laurentiis. Ma purtroppo la Champions’ urla e reclama attenzioni esclusivistiche nei giorni centrali della settimana. E provateci voi a chiedere a Golia di spostarsi per Davide. L’unica è sperare che la Lega italiana non faccia pasticci col calendario e scelga bene le date di anticipi e posticipi, per evitare scomodi accavallamenti. Ma guai a sottovalutare una delle tre competizioni: per una squadra, soprattutto di fascia medio-alta come vuole considerarsi il Napoli, devono necessariamente avere tutte lo stesso peso.

 

Due inglesi, una tedesca e una spagnola. Non è l’inizio di una barzelletta ma l’elenco delle quattro semifinaliste dell’ultima edizione. Loro hanno capito il prestigio e gli introiti che garantisce la nuova Europa League, che al di là delle dichiarazioni di facciata si è davvero trasformata in una sorta di serie A2 della Champions’League. Non più Europa di serie B, altroché. Ecco perché il Napoli non può e non deve trascurare questa nuova avventura, ben diversa da quella che due anni fa ci ha visti uscire ai preliminari col Benfica. Andare molto avanti sarebbe un risultato prestigioso; vincere poi, oltre a far esplodere l’apoteosi in una città da troppo tempo a secco di trionfi, regalerebbe un prestigio pari se non maggiore di quello avuto nell’89, quando Maradona e compagni trionfarono contro lo Stoccarda. Ci pensi bene De Laurentiis, c’è bisogno di una rosa competitiva, perché gli azzurri non possono e non devono fare come Genoa, Lazio e Roma, che hanno lasciato l’Europa League 2009 inanellando solo figuracce e perdendo una bella occasione di avere visibilità internazionale. C’è in ballo l’onore, c’è in ballo la gioia, ma c’è in ballo anche qualcosa di più: quello che fa più gola ai presidenti…

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