Dirige Buzzanca: “L’arbitro”
La commedia di Luigi Filippo D’Amico, datata 1974, traccia lo stereotipo narciso, grottesco e dal risvolto distruttivo e patologico di una giacchetta nera. Efficacemente interpretata dal bravo attore siciliano
Già nel 1970 Luigi Filippo D’Amico aveva bazzicato nel mondo della pedata con Il presidente del Borgorosso Football Club. Più che uno spaccato sul calcio, il ritratto lindo e pinto di un topos, quello del presidente di una squadra, magistralmente imcarnato da Alberto Sordi. Un personaggio reale: il capo spendaccione, ragionatore con le budella, trascinato dalle folle e competente spicciolo, ancorché presuntuoso, dello sport più bello del mondo. Quattro anni dopo, poco prima del Mondiale di Germania (quello dell’Azzurro Tenebra), ci riprova e disegna un altro profilo pallonaro tipico, tanto quanto quello del presidente, fors’anche di più. Cioè, quello dell’arbitro. In un’epoca in cui le giacchette nere erano ancora tali, dato l’aspetto funereo e signorile delle loro mises, le quali rispecchiavano la funzione e l’attitudine del ruolo: inflessibile, insindacabile, rigorosa, incorruttibile. Non al punto, tuttavia, da nascondere toni spettacolari e malcelate manie di protagonismo. E se il personaggio-arbitro è poi innestato sulla persona fisica di un virile siciliano, il quadro ne risulta completo ed efficace. Questo, dunque, è L’arbitro. Con il sicilianissimo Lando Buzzanca sugli scudi in una delle sue migliori interpretazioni. E in uno dei momenti più fulgidi della sua carriera.
LA SCALATA AL SUCCESSO – Il ragionier Carmelo Lo Cascio di Acireale è arbitro da diversi anni. Tuttavia non gli basta più abbinare al mestiere la sua naturale propensione (travestita da hobby) a dirigere una partita. Vuole diventare un fischietto da sfide di cartello, anche in campo internazionale. Il che lo spinge, dall’alto della sua integrità morale, a rispedire al mittente qualsiasi regalo giunga a casa, impaurito da presunti tentativi di corruzione ai suoi danni. E anche a imporsi diete ferree e a ridurre a due sole volte a settimana gli amplessi con la moglie Laura, il cui desiderio focoso è pari all’indiscussa fedeltà verso il consorte. La sua vita potrebbe prendere presto una svolta: vorrebbe comprare un terreno propisciente la stazione di servizio presso la quale lavora, con l’intenzione di costruirci un motel. La svolta però arriva subito, in tutt’altro senso: viene designato a dirigere il derby di Milano insieme al suo fedele guardalinee Tito Fichera. La sua prestazione è impeccabile, a tal punto da suscitare le simpatie e l’ammirazione del Commissario di Lega. Come pure quelle dell’imprenditore Dino La Forgia, acese trapiantato in Lombardia, che invita Lo Cascio a un party promiscuo ed eccentrico. Ed è lì che conosce la fascinosa Elena Sperani, giornalista, scrittrice e studiosa di etologia. Attratta da lui, l’accattivante intellettuale tenta invano di sedurlo. Carmelo non può certo compromettere la sua scalata al successo con una scappatella, specie essendo in odore di nomina ad arbitro internazionale. Che arriva puntuale, tra l’entusiasmo e l’apoteosi di tutta la cittadinanza.
L’ONESTÀ NON BASTA … – Ma il collerico ed energico siculo inizia a bearsi troppo della sua bravura, della sua immagine imponente, del farsi conoscere fuori dagli italici confini. Non immagina nemmeno lontanamente di stare per cadere in un tragicomico vortice dal quale finirà per farsi annientare. E che comincia a fagocitarlo quando va per la prima volta ad arbitrare all’estero. Precisamente in Kenya, per un’amichevole tra la nazionale locale e un’altra rappresentativa. Ritrova Elena, giunta lì per i suoi studi; e stavolta, in piena natura incontaminata, si lascia andare ai sensi e alla libidine. Ma al contempo contrae una brutta forma di Amoeba Coli che gli provoca scariche di diarrea. E una trasferta di Coppa dei Campioni a Düsseldorf diventa un vero incubo, gli astringenti non bastano per ovviare all’inconveniente: bisogna essere scattanti sul tappeto verde, sicché Fichera pensa bene di prestargli delle pasticche di anfetamina. Ne diventa presto schiavo per essere prestante a letto con la sua amante. E intanto gli effetti della malattia tropicale continuano a fiaccarlo e a renderne deficitarie le gesta: durante una partita a Terni la sua discutibile direzione fa inviperire i tifosi rossoverdi, che invadono il campo e lo costringono, su consiglio dei poliziotti, a uscire dallo stadio in parrucca e jeans a zampa. Alla fine si arrende all’idea di drogarsi prima delle partite, tornando così ai suoi livelli abituali. Nel frattempo La Forgia ha lavorato per lui aiutandolo economicamente: la prima pietra per la costruzione del motel è pronta. Capisce l’importanza dell’affare da sempre sognato e sembra tornare coi piedi per terra: lascia definitivamente la sinuosa Elena e riabbraccia la sua Laura. Una volta a casa, però, suo figlio Saro, studente contestatore e da sempre ostile al padre, gli rivela la verità: La Forgia è ammanigliato con i presidenti delle big del calcio. Quella, sì, è corruzione, e uno come Lo Cascio non può sottostare a tanto. Rigetta a mare l’accordo con l’imprenditore, scatenando la costernazione rabbiosa di quest’ultimo e l’approvazione unanime dei paesani. Ma ormai il suo destino è segnato. La fama lo imprigiona, la necessità di non fermare la sua macchina umana lo rende definitivamente dipendente dal doping. Fino al punto da perdere totalmente la percezione della realtà. E da prolungare fino a oltre dieci minuti il recupero di una sfida di coppa, tra la scocciatura di tifosi e giocatori e sotto gli occhi atterriti di Nicolò Carosio. Il tutto prima di venire portato a forza in un’ambulanza nella quale, in preda alla follia totale, continua a fischiare e muoversi come se stesse ancora in campo.
PAZZIA DA PAVONE – La macchietta rappresentata dal signor Lo Cascio, dolceamara, al confine tra ironia e pietà, tra solenne e grottesco, non sfugge alla regola di tante pellicole dedicate al football. Ossia, raffigurare la concreta realtà nel background filmico. Il Buzzanca giudice di gara è la quintessenza di una certa concezione di arbitro di quegli anni, circondata da un’aura di autorità e impressione molto più di quanto non accada oggi. Non stupisce che gli sceneggiatori (tra i quali, oltre al regista stesso, spicca nientemeno che Raimondo Vianello) si siano ispirati chiaramente al leggendario Concetto Lo Bello: siciliano, baffuto, inflessibile e stimato sui campi di mezzo mondo, proprio come il protagonista. Che d’altro canto, e tuttavia, possiede una caratteristica eterna della giacchetta nera. Un aspetto che lo avvicina alla tanto vituperata (a ragione) immagine dell’arbitro dei tempi attuali. La teatralità, il narcisismo, il protagonismo, la vanesia. In poche parole, il rovescio della medaglia di Lo Cascio. Quello di cui si accorge soprattutto Elena: “Visto sul campo lei assomiglia a un pavone“, gli dice. Tutto vero, in effetti, tant’è vero che lei osa persino sputtanarlo su una rivista. Certo, l’intenzione di Lo Cascio non è propriamente quella. Nel rispondere alla sua futura amante dichiara: “Con il proprio atteggiamento l’arbitro deve dimostrare subito a tutti sicurezza, infallibilità, coscienza. Fare il pavone serve come difesa”. Purtroppo Carmelo non si rende conto di divenire col tempo davvero un pavone, man mano che gli vengono dedicate attenzioni, articoli e ospitate televisive da Alfredo Pigna e Bruno Pizzul. Lui, il difensore dei valori e della moralità, tantomeno si capacita di alterare le sue prestazioni facendo ricorso a mezzi illegali. E quando rinfaccia a Elena, al momento di dirle addio, una presunta immoralità e l’uso di droghe leggere per condurre su cavie umane i suoi esperimenti etologici, lei gli replica a stretto giro: “Drogato sei tu! Ma non per quelle quattro pasticche che prendi. La tua droga è il crederti perfetto, al di sopra degli altri. Un essere speciale, l’unico rappresentante della dirittura morale. E te la prendi con me perché sono una macchia sulla tua coscienza! […] Non hai bisogno di nessuno, ti basta quello stronzissimo personaggio al quale sei aggrappato. Ma perché l’arbitro dev’essere l’unico infallibile al mondo?! Oggi che s’ammette che pure il Papa possa sbagliare!“. Lo Cascio non le dà retta: è troppo ‘personaggio’, appunto, per non abbandonare la pazzia. Non è un caso che la colonna sonora del film si intitoli Football Crazy, cantata dal compianto Giorgio Chinaglia e arrangiata dai fratelli De Angelis (quelli di Dune Buggy), laziali della prima ora. Football crazy, pazzo per il calcio. Come lo era Giorgione, per un motivo. Come lo è Lo Cascio, per un altro. Come lo siamo noi: appassionati, prima ancora che giornalisti.


