Danni ancora attuali: Ancelotti “orienta” il futuro del Napoli

Un campionato burrascoso. Per il Napoli. Adesso per tutti. Appeso a un filo, alle decisioni del Governo, con un giudice supremo – il virus. In campo uno dei più difficili nell’era De Laurentiis, indubbiamente il peggiore per le circostanze piuttosto singolari che ad un certo punto si sono delineate. Non vogliamo tornare a tediarvi col racconto del film della stagione, però certamente non possiamo cancellare un passato (recente) che in qualche modo potrebbe incidere sul futuro (prossimo) del Napoli: la mancata qualificazione alla prossima Champions League è, su tutti, il male principale – sportivamente parlando – col quale bisognerà convivere. Ed è indubbio che al di là dei punti inizialmente persi da Gattuso, la stragrande maggioranza delle cause è da circoscrivere all’operato di Ancelotti, che aveva lasciato sì con il superamento del girone di Champions ma contestualmente con un cammino in campionato disastroso, con la zona retrocessione praticamente a un passo. E la risalita – affidata al malcapitato, per certi versi, Gattuso – è stata durissima. Una risalita in fatto di punti – che comunque non è servita ad avvicinarsi significativamente al quarto posto -, ma anche morale, psicologica: Gattuso, oltre che un bravo allenatore, s’è rivelato anche uno straordinario motivatore – si sa, sua vera killer application – quando ha risollevato un gruppo snaturato tatticamente, demotivato dalla posizione in classifica, e con l’autostima sotto i tacchi, nessuno – tra giovani e senatori – credeva più – di fatto – in se stesso, nonostante appena un anno e mezzo prima avessero sfiorato uno scudetto meritato. È ovvio che qualcosa avrà sbagliato anche la società, nel fidarsi evidentemente troppo d’un allenatore particolarmente svagato in alcune scelte non solo di campo ma soprattutto di mercato, a cui è sembrata mancare la ferocia dell’allenatore virgulto che ha fame e voglia di lottare per raggiungere quegli obiettivi che invece Ancelotti aveva già centrato con successi vari – tra l’altro; qualcosa avranno sbagliato i giocatori, anch’essi rei di aver creduto ad un tecnico a cui è impossibile non voler bene, a cui è impossibile dire di no, con cui è complicatissimo litigare – e a volte i rapporti s’incrinano anche quando non si litiga spesso, quando mancano dialettica, confronti costruttivi. Della serie Insigne – caso esemplificativo – accetta di fare la prima punta, ma non se ne è mai ribellato veramente, non ha mai palesato insoddisfazione – lo hanno fatto gli altri, non lui, amici e parenti, al posto suo -, salvo poi celare un malessere profondo attraverso quell’ammutinamento dietro il quale Lorenzo – al pari di tutti gli altri – ha malamente ed ingenuamente nascosto dissapori – verso tecnico e società – che sicuramente andavano veicolati con una modalità meno sfrontata e irriverente, magari con un normalissimo vis a vis serio, sincero, leale. La gestione di Ancelotti – proprio lui che con questo appellativo, il “gestore”, era stato degnamente presentato, sostantivo che per una carriera intera l’ha differenziato da molti altri e con cui tuttora felicemente convive – ha creato scorie e problemi strutturali che resteranno, perché sostanziali, profondi: ha fallito nel suo ruolo di guida ed è una notizia per uno come lui che un paciere, di quelli “paciosi”, lo è di natura. Tuttavia, nemmeno un pater familias arguto come De Laurentiis, che spesso ha dato dimostrazione di come si ricuce una frattura intestina – si ricordano le situazioni conflittuali vissute anche sul piano ideologico con altri allenatori, peraltro più “veraci” di Ancelotti, ma che comunque ha sempre affrontato con diplomazia e saggezza – è stato capace di destreggiarsi in una circostanza assolutamente inedita ed incontrollabile anche per lui: qualsiasi decisione presa sarebbe stata sbagliata. E così è stato. Multe e controversie legali ancora in ballo, il rapporto tra giocatori e società è una polveriera: del rinnovo di Mertens non c’è più traccia – anzi, dopo una fase ottimistica si sta tornando a respirare aria di divorzio -, la conferma di Gattuso è possibile, ma il tecnico chiede garanzie sul mercato, partendo esattamente da una serie di giocatori che proprio non vorrebbe perdere. Poi la zavorra Lozano, al quale qualche settimana fa abbiamo dedicato un approfondito discorso a parte: voluto fortemente da Ancelotti, che ancora non sappiamo da cosa si fosse lasciato entusiasmare in Russia, al Mondiale del 2018, quando l’attuale manager dell’Everton era un commentatore televisivo, mentre l’attaccante messicano sembrava il nuovo astro nascente del calcio mondiale del quale s’era infatuato, è destinato a rimanere o una delle tante tracce – ancora fisicamente visibili – dell’insulso lavoro di Ancelotti – diventato in terra sovietica improvviso esperto di scouting -, oppure un doloroso sacrificio economico questa volta al “contrario”, nel senso che o andrà svenduto o “regalato” (ceduto in prestito, si fa per dire) per qualche mese. Dunque il “mostro” Ancelotti incombe ancora sul Napoli. Come un pesantissimo fardello di cui ancora ci si deve liberare. Un ostacolo in più, pur trasparente, invisibile, posto all’interno di quella che sarà una fase di rinnovamento che andava ampiamente anticipata quando i tempi erano già maturi – un anno or sono – ed uno storico ciclo si era oggettivamente concluso. Ma che proprio Ancelotti non ha mai voluto. Il suo più grande errore: giocatori che volevano andar via e che soltanto un pedigree prestigioso, da pluridecorato, aveva – anche involontariamente – trattenuto. Altrimenti si sarebbe ripartito con i nuovi Cavani, Lavezzi, Higuain. Come il Napoli di De Laurentiis ha sempre fatto, tra meravigliose intuizioni e qualche colpo a vuoto: normalità, insomma. Oggi, anzi domani, è invece tutto da rifare. Con tanti soldi in meno, rispetto ad allora, e diverse gatte da pelare – parecchi scontenti ma con poco mercato. Danni ubiqui, disseminati – ovunque – sulla ripresa che prima o poi attenderà il Napoli. Con Ancelotti, ancora, spaventosamente sullo sfondo.


