IL BARÇA DI CRUIJFF: L’ERA DEL DREAM TEAM

Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti e i modus vivendi della cultura spagnola

¡Hola!
Le ultime marette (le dimissioni del ds Zubizarreta, le voci su un addio di Messi, le presunte antipatie delle quali si circonderebbe Luis Enrique) hanno un po’ scombussolato l’ambiente Barça. Polemiche e tensioni, tuttavia, non sminuiscono la forza dei blaugrana, sempre lì, tra i migliori club al mondo. Un ruolo ormai stabile da diversi anni a questa parte, conformemente all’immenso prestigio del sodalizio catalano. Il quale tuttavia ha già vissuto in passato, com’è noto, momenti di gloria. Ad esempio tra la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90. Gli anni in cui Zubizarreta (appunto …) indossava ancora i guanti da portiere, Pep Guardiola deliziava sul tappeto verde prima di elevarsi a maestro della panca, Miki Laudrup era lampada alogena così come già successo in Italia con Juve e Lazio e Ronald Koeman guidava la difesa col suo fisico da gigante. Il tutto sapientemente guidato da Johann Cruijff, già stella del Camp Nou poi direttore d’orchestra, sapiente ancorché presuntuoso. Gli anni, insomma, di quella squadra passata alla storia come Dream Team.

“SARA’ GLORIA”, DISSE IL PROFETA – Tutto ha inizio sul finire della tribolata stagione 1987-88, conclusa al 6° posto in Liga (peggior risultato di sempre dal 1942) e con un risicato successo in Copa del Rey contro la Real Sociedad, il quale assicura quantomeno la partecipazione alla Coppa delle Coppe. All’interno del gruppo sorgono asti, a tal punto che il tecnico, il leggendario Luis Aragonés, si fa sostituire dal suo vice, l’ex attaccante blaugrana Carles Rexach. E non solo. Il 28 aprile 1988 tutto lo staff tecnico, eccezion fatta per tre giocatori, si ribella allo storico presidente Josep Lluis Núñez chiedendone le dimissioni qualora non vengano pagati i contratti per i diritti d’immagine: è l’”ammutinamento dell’Hesperia”, dal nome dell’Hotel dal quale il Barça minaccia la rivolta. Intanto il club ha già annunciato il nuovo allenatore: dopo gli anni d’oro da giocatore, Cruijff torna in Catalogna da mister. E alla sua presentazione il Profeta del Gol rilascia una frase premonitrice: “Vengo qui per dare inizio a un’epoca di gloria”. Pochi forse danno peso alle sue parole, senza immaginare che la gloria verrà davvero. Appena insediatosi, l’olandese autorizza un repulisti dei ‘ribelli’ e l’arrivo di forze fresche: Bakero, Begiristain, López Rekarte, Eusebio Sacristán, Julio Salinas, Serna, Valverde (attuale tecnico dell’Athletic Bilbao), Unzué e Soler. La fantasia, l’imprevedibilità, la freschezza del Calcio Totale ‘Made in Oranje’ degli anni ’70 diventa il marchio di fabbrica di un Barcellona che la gloria la raggiunge fin da subito. Non in Patria, ove è arduo fermare la ‘Quinta del Buitre’ madrilena, da tempo dominatrice incontrastata. Ma in Europa sì. In Coppa delle Coppe i catalani vanno fino in fondo, fino alla finalissima di Berna che il 10 maggio 1989 li vede contro la rampante Sampdoria. La loro prestazione è magistrale, i liguri vengono battuti 2-0 grazie alle reti di Salinas e López Rekarte. Le positive premesse per l’anno venturo, accresciute dagli arrivi di Laudrup e Koeman, vengono però ridimensionate da un campionato meno brillante del precedente, con una partenza ad handicap che lascia il Barça terzo a -11 dal Real, dalla sconfitta in Supercoppa europea col Milan e da una Coppa delle Coppe non difesa (eliminazione agli ottavi). Contro le Merengues, però, giunge la soddisfazione di una Copa del Rey vinta 2-0: segnano ancora Salinas e Guillermo Amor, prodotto della ‘Masia’ locale. Quella dalla quale sta cominciando a emergere un giovane Guardiola e in cui è cresciuto un altro pezzo da novanta, Albert Ferrer, che in estate torna alla base dopo un prestito al Tenerife.

TRIONFO E DISFATTA – E arriva così l’annata 1990-91, una stagione in cui succede praticamente di tutto, nel bene e nel male. Nel nuovo Barcellona c’è spazio per Nando, Juan Antonio Goikoetxea e il bulgaro Hristo Stoichkov, astro nascente del football europeo. Ma, appunto, accade tutto il possibile. Koeman si infortuna gravemente e non vede il campo per mesi. In finale di Supercoppa di Spagna (persa) contro il Real Cruijff viene espulso e Stoichkov per protesta rifila un pestone all’arbitro Urizar Azpitarte, beccandosi sessanta giorni di squalifica. Poco dopo lo stesso allenatore finisce sotto i ferri per un’insufficienza coronaria, sostituito dal fido Rexach. Ma in campionato i blaugrana volano a suon di reti (74), applicando a menadito il gioco offensivo predicato dal loro tecnico, e non ce n’è per nessuno: è titolo, con dieci punti di vantaggio sull’Atlético Madrid. E potrebbero portare a segno un doblete, se non fosse che il 15 maggio 1991 vengano sconfitti a Rotterdam in finale di Coppa delle Coppe dal Manchester United. Ma il dado ormai è tratto. In Patria il Dream Team si appresta a divenire invincibile per altri tre anni, corroborato da nuovi protagonisti come Nadal, Juan Carlos e Witschge. Intanto guarda a quella Coppa dei Campioni che ancora manca nella luccicante bacheca catalana. E dopo un ottavo di finale da brividi con il Kaiserslautern, risolto in extremis da Bakero, passata la fase a gironi arriva il grande giorno: 20 maggio 1992. Teatro il tempio del football, Wembley. Avversaria di nuovo la Sampdoria. Sfida tesa, nella quale il gioco offensivo ispano-olandese e le veloci ripartenze italiane, allora nel loro massimo momento, si fronteggiano con eguale pericolosità. Finché al 112’ un bolide da calcio piazzato di Koeman buca la barriera blucerchiata e le mani di Pagliuca. E’ trionfo per il Barça e per il suo condottiero Cruijff, insignito per quell’impresa della Creu de Sant Jordi, massimo riconoscimento elargito dalla Generalitat de Catalunya. La grande notte di Wembley rappresenta senz’altro l’apice di un’epopea che, negli anni a venire, verrà ripetuta da altri personaggi. Tuttavia da quella notte il Dream Team inizia la sua fase discendente. Vince ancora in Liga, sì, mettendo a segno goal a valanga, ma anche soffrendo i vani assalti del solito Real e di un nuovo avversario, il Deportivo La Coruña, il quale arriverà inutilmente a pari punti l’anno dopo. E fa sue Supercoppa di Spagna e d’Europa, ma nella Champions 1993 esce già agli ottavi, sconfitto dal CSKA Mosca, e si fa battere dal São Paulo in Coppa Intercontinentale. La stagione appresso, nondimeno, pare quella buona per una replica di Wembley, soprattutto perché adesso c’è il talentuoso brasiliano Romario. Sulla strada della macchina da goal di Cruijff e soci si para un Milan che di reti, invece, cerca di prenderne il meno possibile. E si arriva così al 18 maggio 1994. Anzi, alla vigilia di quella finale. Una vigilia scandita (ecco qua …) dalle convinzioni assolute del supponente Johann, sicuro di dare una lezione di calcio ai rispettabili italiani e di alzare nuovamente la Coppa a orecchie con la quale si fa immortalare. E riserva parole di disprezzo nei confronti dei rossoneri: “Noi abbiamo Romario, loro Desailly. Chi è …?”. Catalani sicurissimi, dunque, di un successo-bis. Ma la notte della festa, la notte dello Stadio Olimpico di Atene, si trasforma in una delle disfatte più barbine della storia blaugrana. Il Dream Team si squaglia, abbattuto da un Milan perfetto che non concede nulla. Due stoccate del vecchio Massaro, la beffarda palombella di Savicevic e l’assolo di Desailly (sì, proprio lui …) condannano alla sconfitta un impietrito Profeta. “Il trofeo è la faccia di Cruijff”, scriverà il giorno dopo Candido Cannavò sulla Gazzetta dello Sport. La batosta segna la fine dello squadrone. Nel giro di due anni i protagonisti, da Zubizarreta a Laudrup, da Koeman a Salinas, da Begiristain a Romario e Stoiochkov, emigrano verso altri lidi. I loro sostituti, tra i quali Jordi Cruijff, figlio iperreclamizzato di Johann, Prosinecki, De La Peña e Luis Figo, non ripeteranno quel ciclo vincente. Almeno fino al 1996, anno in cui lo stesso allenatore alza bandiera bianca e annuncia il suo ritiro definitivo. Meglio pensare al cuore ballerino, nessuno gli impedirà di seguire il calcio da semplice spettatore e da critico pungente ancorché chiacchierone. Il Dream Team muore con lui. E i tifosi catalani dovranno pazientare un pochino prima di vedere un altro ciclo trionfale. Verrà il buio periodo 1999-2004 senza successi, ci saranno altri campioni non capaci di formare un solido gruppo vincente. Ma il Dream Team 2.0 arriverà di lì a una decina d’anni. Il resto è storia recente.

¡Hasta la próxima!

Translate »