ALLENATORI NEL PALLONE?

Il calcio dell’esasperazione porta spesso a decisione ai limiti del clamoroso. A pagare per tutti sono spesso gli allenatori, le cui panchine sembrano addirittura minate. Saltano in aria come botti di Capodanno, poche volte tuttavia la deflagrazione lascia il segno. A ben guardare, ci si accorge che la dilagante moda abbia perso qualsiasi parametro di riferimento. Anche gli allenatori che fanno bene, spesso, sono costretti a lasciare dopo appena un anno. Dietro la "scelta professionale" si cela spesso un calo motivazionale generato da un malessere impossibile da nascondere. In serie A, ad esempio, Francesco Guidolin ha lasciato un Palermo europeo per un Genoa che non conosce neanche quale sarà il suo immediato futuro. Poteva giocarsi carte migliori Luciano Spalletti, che con l’Udinese era arrivato in Champion’s: ha preferito invece la strada maestra che porta alla Capitale e alla Roma. Daniele Arrigoni ha preferito avvicinarsi a casa pur non avendo ancora un contratto, lasciando una panchina, quella del Cagliari, ad alto rischio terremoto. Zeman ha salutato Lecce dopo una bella salvezza, lo stesso ha fatto Papadopulo con la Lazio. Ufficialmente, tutti tecnici "dimessisi". Dietro ci sarà anche qualcos’altro: nessuno rinuncia al certo per l’incerto, nessuno – come in qualche caso citato – preferisce firmare una penale pur di liberarsi da un club portato in alto. Gli allenatori vanno, il club resta. Questi allenatori, tuttavia, stanno "andando" un pochino troppo forte. Quando si cambia spesso, può succedere che i risultati non arrivino subito, e che perciò un nuovo cambio sia "necessario". Alex Ferguson ha vinto tutto con il Manchester United solo dopo parecchio tempo il suo esordio sulla panchina dei "Red Devils". Il caso del Napoli ricorda più il "modello inglese" che non quello italiano: Edy Reja ha sbagliato all’ultima curva, la società ha guardato ai chilometri che si è lasciato dietro e gli ha regalato due punti – pardon, anni – di contratto.

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