VI E’ SALITA LA CAROGNA

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Il vostro problema è che scrivete e parlate di pancia. Il problema è che il mondo dei tweet, degli status, il mondo della presa diretta, dei live e degli h24 non ha più il tempo di riflettere prima di esprimere il proprio pensiero. Il problema sta tutto qui, anzi lì. È nella pancia che si annida il pregiudizio, la rabbia cieca e incontrollata che colpisce il primo bersaglio che ci troviamo davanti. Mi sento più sociologo dilettante che opinionista professionista, e sabato sera quando tutti sapevano già cosa stava accadendo e con chi dovevano prendersela io invece sono rimasto in trance, avido a guardare sul cellulare cosa si stava scatenando sui Facebook e i Twitter. Vergogna italiana, comandano gli ultras, fermiamo il calcio. Sono stati i tifosi, sono stati i camorristi, sono stati i romani o i veronesi. Se i processi potessero svolgersi tutti nell’arco di tre ore dal delitto vivremmo in uno stato di guerra perenne, appenderemmo a testa in giù più uomini che bovini. Per fortuna non è così, per fortuna esistono gli accertamenti e le valutazioni a freddo. Purtroppo invece il tasto “elimina” dei messaggi social ha fatto più filosofi che allenatori, il che è tutto dire. Scripta volant, e addio a una delle ultime certezze della vita.

 

Avevo intenzione di prendermela con la mala informazione italiana, con quei pretini dall’indignazione in canna che sulle reti nazionali confondono sempre di più il dovere di cronaca con il diritto di dire come la pensano, ammesso che gliene freghi qualcosa a qualcuno. Volevo sfondare Bruno Gentili, che mentre faceva domande infarcite di retorica e opinioni personali a Pietro Grasso non si capiva chi fosse l’intervistatore e chi l’intervistato. Sulla croce rossa Giletti invece non ho neanche pensato di sparare, tanto grosso era il bersaglio. Avevo intenzione di vomitare sdegno sui titoloni dei giornali, che non sembrava il dayafter della finale di Coppitalia ma di una giornata di guerra civile con morti e feriti. Quando poi di morti non ce ne sono stati, e di ferito uno solo, in una resa dei conti vecchia di almeno dieci anni con uno squilibrato fascista, coglione e solo in ultima istanza romanista, quindi ditemi quanto c’entra il calcio, gli ultras e tutti gli altri spauracchi che sventolano quei media lì per continuare a farci pensare con le viscere. Avrei bombardato volentieri tutta questa robaccia, ma sarebbe stato come sparare nel mucchio, come fanno loro dall’altra parte della barricata.

 

E invece io ce l’ho con voi. Con voi, amici, colleghi e gente perbene, che avete parlato, scritto e pensato con la testa di questi qui, quindi con il loro stomaco. No, in Italia non comanda Genny la Carogna, e sabato l’unica cosa che ha davvero deciso questo signore è stato di andarsene dopo il gol di Insigne, per correre insieme ai suoi amici al capezzale di Ciro Esposito. Non sono belli, non sono santi e probabilmente non dovrebbero neanche inquinare i nostri stadi, ma non è questa la sede in cui discuterne: mai come sabato a queste persone interessava solo la salute del loro amico. Per questo Hamsik è andato ad informarli, per questo si è aspettato che fosse tutto più chiaro e più tranquillo. Ad un certo punto in curva girava la voce che a sparare fosse stato un poliziotto, poi nella storia da telefono senza fili ci è finito in mezzo pure un bambino. Con che stato d’animo potevano giocare i calciatori, con che stato d’animo i tifosi potevano guardare la partita? Ha deciso la Lega insieme alla questura, e una volta tanto hanno deciso bene. Aspettare, far calmare le acque e poi giocare, perché mai come questa volta il problema non sarebbero stati quei cento animali ma gli altri 60mila che avevano comprato il biglietto a peso d’oro. Giocare, quindi, ma giocare per la gente, non (solo) per gli sponsor né tantomeno per gli ultras. Che infatti sono andati incontro al loro destino mezz’ora dopo, in totale autonomia.

 

Così pare siano andate le cose, con buona approssimazione. Intanto voi alle 20.46 stavate già decretando la morte del calcio, alle 20.47 quella delle istituzioni e alle 20.48 avevate anche già il mostro da sbattere in prima pagina. Dal reporter al semplice tifoso, ci sono cascati in molti, nazionali e internazionali, fortunatamente non moltissimi locali. Tutti con quella benedetta pancia, tutto pur di fare notizia e “condividere” i pensieri in tempo reale. La sera tutti leoni e la mattina tutti con gli occhi aperti, tastiera pronta a rimediare all’errore, almeno chi l’ha capito. I più prudenti hanno cancellato, i più onesti hanno ritrattato, gli altri con la faccia tosta come il marmo hanno solo girato la bandiera. I più saggi – e sono davvero pochi – ne trarranno una preziosa lezione per il futuro: spesso prima di sputre sentenze è bene contare fino a diecimila, possibilmente fino al giorno dopo. Se si pensa su, cioè nel cervello, si parla su, e qualche volta può venirne fuori qualcosa di buono. Se si pensa giù, nell’intestino, non si potrà che parlare giù. E da lì sappiamo bene cosa vien fuori.

 

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