COME MARCHESI. O COME SANTIN?
Pietro Santin. Alzi la mano chi ha meno di trent’anni e può dirci qualcosa di questo nome senza andare a spulciare Wikipedia. La alzeranno soltanto i cultori e gli “azzeccati”, gli altri dovranno sicuramente ricorrere all’aiutino telematico. Va un po’ meglio con Rino Marchesi, ma solo perché fu il primo allenatore di Maradona e comunque a ricordare sarebbero sempre anziani ed esperti in materia. Il giovane tifoso medio non sa chi siano queste persone, probabilmente neanche gli interessa.
Ecco, il punto è proprio questo. Walter Mazzarri ha accompagnato il Napoli fino alla porta di San Pietro e poi ha deciso di andar via, senza neanche provare a dare una sbirciatina dentro. Mancanza di stimoli ha detto lui, in realtà si è trattato di un pizzico di miopia verso gli obiettivi a breve termine e una carriola di insofferenza nei confronti della piazza, presidente compreso. Paura di non vincere o peggio ancora paura di vincere. Motivazioni condivisibili, per carità, ma palesemente in controtendenza con la sua indole. Se è vero che in questi anni abbiamo imparato a conoscere un po’ Mazzarri sappiamo che è un cultore dell’autoelogio, un onanista della statistica (a suo favore), amante delle sviolinate monocorde che tessono soltanto le sue lodi. Insomma, il classico tizio che già si immagina sui libri di storia, il nome scolpito nella pietra e nella memoria delle generazioni future prima ancora di aver fatto qualcosa per meritarselo. Andarsene così, con una Coppa Italia e qualche stretta di mano, è una sconfitta innanzitutto per lui. Il Napoli non è la Reggina e non è neanche la Sampdoria, ora come ora è una società che punta a crescere ancora per arrivare a togliersi lo sfizio più grande di tutti. Domani o dopodomani chissà, ma di certo arriverà, e sarà il tripudio più totale. Gente portata in trionfo, gente amata al punto di non essere più dimenticata, gente di cui si parlerà anche dopo trent’anni. Sapete chi c’era sulla panchina azzurra trent’anni fa? Sì, proprio lui. Pietro Santin, sottiletta in un sandwich formato da Rino Marchesi e… Rino Marchesi.
Magari vista da questa prospettiva Mazzarri inizierà a mangiarsi un po’ le mani. Marchesi portò a casa un bel campionato ma non vinse nulla, Santin allenò per una stagione finendo presto nel dimenticatoio. Entrambi ebbero la sola funzione di apparecchiare la tavola per l’avvento di Maradona e di Ottavio Bianchi, che per vincere quello scudetto si avvalse sicuramente anche del lavoro dei suoi predecessori. Ma questo non lo ricorda nessuno, tutti hanno scolpito nella mente e nel cuore il faccione pacioso di Bianchi e il suo epico risultato. Si sa, la storia la scrive chi vince, non chi arriva secondo o si qualifica per la Champions League. Con questo addio Mazzarri è un capitolo di questo Napoli, ma fra dieci anni sarà solo un paragrafo, fra venti sarà una frase e fra trenta una parolina su un almanacco. Pensate poi che beffa se arriva uno nuovo e bello fresco fresco va subito a centrare il bersaglio grosso…
