MILAN, CON LEONARDO VINCI COMUNQUE
Se perfino un aziendalista selvaggio come Ancelotti è scappato a gambe levate vuol dire che qualcosa sotto deve esserci per forza. Va bene porgere l’altra guancia di fronte alle scelleratezze della propria società, davanti a campagne acquisti fatte più da fumo che da arrosto, va bene anche fare il bersaglio mobile per il fuoco incrociato dei (pochi) cronisti non asserviti alle logiche di regime, ma quando è troppo è troppo. Dopo tanti soprusi subiti con il sorriso sulle labbra, il pacioso Carletto ha capito che ormai era la sua stessa dignità professionale ad essere messa in discussione e ha detto basta. Ha salutato ed è andato via, senza rancore, scegliendo bene il momento in cui era ancora abbastanza sulla breccia per atterrare senza farsi male. Ha fatto più che bene, perché il Chelsea è un cuscino fin troppo morbido, e probabilmente se fosse rimasto ancora un solo minuto sulla barca che sta affondando avrebbe fatto ben altra fine.
Un addio nell’aria da tempo, che è stato salutato con non poco sollievo anche dal Milan, non solo dal tecnico emiliano. Una scelta che ha segnato la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, quella che può considerarsi la fase due dell’ineluttabile smobilitazione cui la proprietà milanista sta sottoponendo la gloriosa squadra rossonera. Un disinteresse progressivo che all’occhio più attento poteva essere evidente già da anni. Da molto prima dell’ultimo improbabile trionfo, una Coppa dei Campioni che è stata più che altro un colpo di “coda”, frutto di una sola partita giocata veramente da numeri uno (la semifinale col Manchester, ndr) e non di un dominio assoluto come, per intenderci, quello dei due cicli catalani o quello del Manchester di Ferguson. Bastava guardare gli acquisti degli ultimi cinque anni: sembrava che si stesse approntando un gruppo di vecchie glorie per la partita di addio al calcio di Maldini e non una compagine in grado di combattere per i traguardi adatti al suo blasone. Ogni anno arrivavano uno o più ex campioni sul viale del tramonto, ogni stagione uno o più ragazzini della Primavera mandati a sbocciare altrove salvo poi ricomprarli a suon di milioni quando l’errore risultava madornale (il caso Borriello su tutti). La fase due, quella in cui il piano diventa un attimo più chiaro anche ai più miopi, prevede l’addio dell’ultimo vero campione sotto contratto e un progetto differente, mirato più a temporeggiare in attesa di tempi migliori che a vincere qualcosa. Per portare avanti questo progetto, in barba a tutti i nomi altisonanti che giravano a maggio, serviva un uomo della società, uno che potesse metterci la faccia senza per questo bruciarsi la carriera. Nessuno era più adatto di Leonardo, uomo intelligente e preparato che però nella vita non ha mai voluto fare l’allenatore. Se c’era qualcuno che poteva permettersi di fare una figuraccia, quello era proprio lui. Tanto poi, dismessa la tuta, indosserà nuovamente la cravatta e tornerà senza traumi in poltrona. Galliani lo sa, l’ha sempre saputo, e così l’ha sempre saputo il sagace brasiliano.
Ecco perché Leonardo non rischia l’esonero anche se allena il peggior Milan dell’ultimo quarto di secolo. Ecco perché manda in campo senza fiatare un ex calciatore come Ronaldinho e lo circonda di tanti circensi sul viale della pensione. Ecco perché può permettersi di snaturare le caratteristiche di un cecchino come Huntelaar mettendolo a fare la boa per le incursioni di Pato e dell’ex Pallone d’Oro. Può fare ciò che vuole, tanto nessuno pretende nulla da lui se non che faccia da parafulmine al malcontento dei tifosi delusi. Il tempo di vendere anche Pato, Abate e gli ultimissimi fiori della vetrina e poi inizierà la fase tre, probabilmente l’ultima. Non ci è dato sapere se questa fase porterà la (innominabile) dirigenza a scappare col malloppo cedendo la società oppure a un nuovo progetto (finalmente) all’insegna dell’umiltà e senza sbandierare opulenza in tempi di austerità. Non si sa e neanche ci interessa poi troppo, l’unica cosa che ci si può auspicare, è che questa gente tolga la maschera e smetta di prendere in giro chi il calcio purtroppo ancora lo paga: i tifosi.
