IL GRANDE RIMPIANTO
Il gioco del calcio ha un senso della giustizia un po’ distorto. A volte può anche non premiare il bene, mentre il male lo punisce sempre. Accade spesso che un progetto serio e competitivo venga stroncato da eventi che non hanno nulla a che vedere con la sua effettiva bontà, che siano colpi di sfortuna o ingerenze esterne. Molto meno di frequente accade il contrario, e cioè che un insieme di scelte fuori luogo si riveli poi vincente: il campo alla fine ti presenta sempre il conto, generalmente piuttosto salato. Speriamo non sia il caso del Napoli e dell’opinabile politica del suo ministro del Tesoro, Pierpaolo Marino.
Prendete il “caso” Mannini, emblema del discorso intrapreso poc’anzi. Il centrocampista toscano starà turbando tutte le notti del dg azzurro, comparendo spesso in sogno come il peggiore degli spauracchi. Già, perché qualora (non volesse mai il cielo) il Napoli dovesse sprofondare nell’ennesima stagione fallimentare, Daniele Mannini rischierebbe seriamente di trasformarsi nel simbolo dello sballato mercato azzurro, che è costato al presidente De Laurentiis un astronomico esborso di denaro, vanificato però dall’assenza di un progetto concreto. L’acquisto di Campagnaro è da elogiare, si tratta pur sempre di uno dei migliori difensori della serie A. Non fosse altro che ha quasi trent’anni e che il prezzo pagato per acquistarlo è stato obiettivamente esorbitante. A Genova, sponda Samp, è giunto un corposo bonifico bancario, e come se non bastasse è arrivato un bel pacco regalo con dentro Mannini, uno dei meno peggio nella sciagurata stagione azzurra. Se pensiamo che quindici mesi fa il ragazzo era giunto a Napoli per la modica cifra di sette milioni di euro, strappato alla concorrenza (udite udite) dell’Inter, calcolatrice alla mano non è proprio l’affare del secolo. Aggiungiamoci poi lo scintillante inizio di stagione di Daniele, autore di tre reti in quattro partite, e la vicenda assume sempre più i connotati della frittata. Di cipolle, probabilmente, perché se Mannini continua così i napoletani verseranno lacrime amare per esserselo lasciato sfuggire.
Sono tutti bravi adesso a chiedersi i motivi, ragionando con il cervello fresco come una bibita, quando a luglio lo scambio era stato salutato con applausi e petali di rose. Nessuno (o quasi…) ad eccepire che si stava spendendo parte del budget per comprare un calciatore che avrebbe mandato in panchina uno dei migliori elementi della rosa azzurra, quel Fabiano Santacroce che ora deve sgomitare per elemosinare un posto in panchina. Nessuno (o quasi…) che auspicasse per Mannini un impiego in un ruolo più consono, piuttosto che mandarlo via con un grazie e un calcio nel didietro. Sembra che il Padreterno in persona abbia ordinato che il Napoli deve giocare con il 3-5-2: piuttosto che adattare il modulo agli uomini si fa l’esatto contrario, e via chi intralcia il progetto. Facendo passare per buona questa teoria che all’esame dei fatti tanto buona non è, Marino fra le altre cose dovrebbe spiegare perché poi ha imposto di adattare altri due calciatori invece di prenderne uno di ruolo. A quel punto tanto valeva tenersi l’esterno viareggino invece di regalarlo ad una squadra che probabilmente lo porterà al Mondiale.
Una storia appena iniziata che si sta trasformando in un clamoroso autogol per il Napoli e la sua dirigenza. Ovviamente tutti speriamo che non sia così e che Campagnaro valga davvero due volte Mannini, ma se poi così non fosse sarebbe il caso di imparare (finalmente) un’importante lezione da un errore. Si può fare come Marotta e comprare i giocatori in virtù della formazione che vorrebbe schierare il tecnico invece di prendere senza criterio il meglio che ci si può permettere. Quello è il Fantacalcio e ti fa vincere al massimo un TV color, non certo il campionato.
