Tatticamente – Non sanno che fare!

E’ al capolinea il Napoli di Gattuso: non ha più motivo di crescita, sta solo continuando a peggiorare. Aspettavamo da settimane una striscia di risultati favorevoli, ma soprattutto delle prestazioni finalmente convincenti, e invece l’altalena prosegue, come nel finale dello scorso anno solare. A Verona l’ultimo atto del fallimento tattico di Gattuso: al Bentegodi, nemmeno i soliti alibi sono serviti a giustificare la sconfitta. La partita, infatti, si era messa nel migliore dei modi: punteggio sbloccato dopo una manciata di secondi, e a quel punto il Napoli avrebbe dovuto fare di un solo boccone un avversario che non sembrava in giornata. Provate ad invertire la scena e immaginate la situazione inversa, il caso in cui fosse stato il Napoli a subire un gol dopo nemmeno un giro di lancette: come avrebbe reagito la squadra di Gattuso? Avrebbe avuto la stessa verve agonistica e mostrato la stessa organizzazione di gioco di quella di Juric. La risposta non è soggettiva, è nei fatti, nel racconto della partita: pari del Verona e altro che reazione del Napoli, da lì un crollo verticale, cominciato nel finale di un primo tempo in cui qualcosa possiamo persino salvare, e proseguito con uno dei peggiori secondi tempi della gestione Gattuso. Squadra allo sbando, ma nel senso letterale del termine: quando prende un paio di schiaffoni comincia a sbandare, non sa più da che parte andare. Al contrario, invece, quando le cose vanno bene, allora via con le goleade. Troppo facile così, Gattuso: qualcuno potrebbe a giusta ragione domandarsi cosa ci sia a fare un allenatore se non riesce ad intervenire nei momenti di difficoltà. Eccolo, dunque, il problema principale di questa squadra, che va anche ben oltre i disastri tattici: la mancanza di un’anima. Si chiama anima, Gattuso, altro che veleno. Forse gli conviene parlare ancora di aspetti motivazionali, che nel calcio pure contano ma sono assolutamente subordinati alla tecnica dei calciatori e alle idee dell’allenatore; se infatti cominciasse a parlare solo di calcio giocato, come cerchiamo di fare noi in questo spazio, Gattuso avrebbe solo da recriminare, fare un po’ di mea culpa e magari mettersi da parte. Il suo Napoli, ad un certo punto, è stato non aggredito, ma divorato dall’Hellas, che ha approfittato del mancato raddoppio del Napoli per riprendersi dallo scossone col passare dei minuti, alzare il baricentro e costringere il Napoli a fare quello che non sa fare e che puntualmente si ostina a fare, palleggiare e controllare la partita. Dopo un paio di situazioni interessanti, attraverso le quali Demme ha sfiorato il 2-0, è rispuntato il famoso braccino corto del tennista: il Napoli si è abbassato, ha provato a rallentare i ritmi, convinto che non fosse il miglior Verona della stagione. Forse ci ha visto anche giusto, nel senso che non è stato un Verona super aggressivo e che desse la sensazione di poter addirittura ribaltare il match con la medesima scioltezza con cui poi è effettivamente accaduto. Nel calcio, però, se durante la settimana viene fatto un certo lavoro, e la squadra ha oramai assorbito un determinato sistema di gioco, è possibile ribaltare ogni pronostico e superare qualsiasi avversità. Il Verona l’ha fatto con pieno merito e soprattutto senza che alcun episodio girasse a suo favore, quindi senza nemmeno un pizzico di fortuna, senza offrire al Napoli alcuna possibilità di piangersi addosso e incolpare qualcuno (l’arbitro) o qualcosa (la Dea bendata). E’ crollato – addosso al Napoli di Gattuso – finanche il meraviglioso – si fa per dire – mondo dei tiri in porta e della palla che non sembra voler entrare: 14 conclusioni a 12, per i padroni di casa, e vantaggio Napoli al fischio d’inizio.

Tipica difficoltà del Napoli in fase di costruzione dal basso: pressing del Verona, che con coraggio si riversa in avanti a caccia del pareggio, e azzurri che faticano a venirne a capo. In questo caso, è corretto il posizionamento dei due centrali, che si aprono ai lati del portiere del Meret, nel tentativo di suggerirgli l’appoggio più semplice possibile. E’ il fotogramma, questo, che dà avvio al gol di Di Marco: Meret sbaglia il rinvio, quindi il Verona recupera palla e trova un paio di pertugi centrali per mettere il laterale basso di Juric esattamente davanti all’estremo difensore. Questo gol nasce da un atavico problema del Napoli di Gattuso, che il tecnico non sembra essere in grado di risolvere: ecco uno dei validi motivi che spiegherebbero un cambio della guardia. Eppure gli si sente spesso dire che il suo è un bel calcio, moderno, europeo, che in pochi praticano, fatto di possesso palla e palleggio. Il palleggio, appunto, dovrebbe rappresentare dunque un cavallo di battaglia di Gattuso, una sorta di specialità della casa, un po’ come lo era per il Napoli di Sarri, a tal punto che quasi tutti gli avversari cominciarono ad aspettare basso anziché tentare una pressione ultra offensiva rischiando di rimanere imbrigliati nella ragnatela di passaggi dei vari Reina, Albiol, Hamsik e Jorginho. Non è così per Gattuso: ogni volta che c’è da uscire dal basso, i suoi vanno nel panico, non sanno che fare. Talvolta viene il dubbio che certe situazioni di gioco non vengano nemmeno provate o quanto meno ripetute abbastanza in allenamento: dove sono i due terzini, Hysaj e Di Lorenzo? L’errore di Meret è sì tecnico e denota come al solito la scarsa qualità nei piedi dell’ex Spal, ma ultimamente sta sbagliando anche Ospina, qualche pallone calciato in tribuna lo stiamo vedendo anche quando in porta c’è il colombiano.
E’ il prosieguo dell’azione precedente: Meret temporeggia, non se la sente di scaricare quella che sarebbe una patata bollente ad uno tra Maksimovic e Koulibaly, che non avrebbero poi avuto, a loro volta, l’appoggio semplice per uno dei due esterni bassi; ecco che la pressione del Verona, conscio delle difficoltà dell’avversario, si fa sempre più insistente. E’ Zielinski che prova a prendersi la responsabilità: abbassa il suo raggio d’azione, posizionandosi in mezzo ai due centrali, come a dettare il passaggio a Meret. Zielinski è marcato, però, e non è abbastanza bravo – o esperto – in quella zona di campo per ricevere il pallone, voltarsi e comandare il gioco da regista navigato. Il polacco non ha quelle caratteristiche, sarebbe una forzatura: non a caso gioca più avanti, dietro la punta, a ridosso dell’area di rigore sì, ma non propria, bensì avversaria. Segue, pertanto, un continuo batti e ribatti tra lui e Meret (non sanno cosa fare!), che sarà costretto a calciare lungo, a scavalcare il centrocampista: il Verona, tuttavia, è salito anche con gli altri centrocampisti e non concede profondità al Napoli, anzi recupera velocemente la palla e con tre passaggi arriverà in porta.
Enormi le difficoltà del Napoli sempre nella medesima fattispecie: nella ripresa le cose peggiorano addirittura. Situazione che si ripete pedissequamente: Meret, in possesso, stavolta viene aggredito dalla punta centrale e non solo non ha, come nella situazione di prima, il sostegno dei terzini, ma ha perso persino uno dei due riferimenti centrali. Dov’è, infatti, Koulibaly? Lo abbiamo indicato come una freccia: a formare un inedito terzetto di centrocampo con Demme e Bakayoko. La domanda è: ma davvero il Napoli vuole continuare così? Davvero Gattuso non riesce a porre rimedio a questo imbarazzo? Ad aggravare ulteriormente il problema è che il Napoli sembra saper giocare soltanto così: non è squadra da lancio lungo, spizzata della torre e poi tutti a contendersi la seconda palla. Per giunta, con un portiere come Meret diventa ancora più complicato: i lanci lunghi non sono quasi mai precisi ed ecco perché uno come Petagna, che dovrebbe vivere di palloni sporchi da gestire spalle alla porta, è spesso poco coinvolto. E’ a fine corsa il Napoli di Gattuso: non è mai migliorato veramente, ha limiti talmente evidenti che non riesce nemmeno a prendere entusiasmo dopo le goleade, nascondendo difetti macroscopici.

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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