Il dito contro: cosa vuole la serie A dallo Stato?
Il mondo è fermo a causa del corona virus e anche quello dello sport si è dovuto piegare all’emergenza: stop ai campionati nazionali e alle coppe, rinviati al prossimo anno gli Europei di calcio e anche le Olimpiadi di Tokyo.
Eppure nonostante la situazione c’è la Serie A che spinge per ripartire.
Ripartire è la formula verbale più in voga di questi mesi e il calcio non fa eccezione, perché diciamolo a chiare lettere: il calcio, specialmente in Italia, non può fallire.
In barba ai morti e a una nazione in ginocchio per l’emergenza sanitaria che sta lasciando il posto a quella sociale: sono troppi gli interessi legati al mondo del pallone.
Troppi i soldi che le società devono alle emittenti televisive, troppo forte la paura di perdere terreno nel ranking europeo che garantisce un ritorno economico su cui molte squadre fanno affidament
o per il mercato. È tutto troppo “importante” nel sistema calcio per permettere che si guardi a questo sport per quello che è ovvero, solo un gioco.
Allora si deve ripartire: nonostante i morti e nonostante tutto, si deve ricominciare a giocare a pallone anche senza tifosi sugli spalti svuotando questo gioco del suo senso più profondo: quello dell’aggregazione. Ventidue uomini in campo devono essere gladiatori 2.0 per dare il circensem a un popolo che faticherà a portare il panem in tavola, tutto soltanto perché il calcio non può fallire.
Umanamente e moralmente è un concetto deprecabile, anche il più passionale dei tifosi in questo momento storico ha tra i suoi ultimi pensieri la propria squadra del cuore. Ma anche il più ingenuo dei tifosi sa che nonostante tutto, quello del calcio è un sistema che non si può fermare.
Lo hanno dimostrato gli ultimi avvenimenti tutti incentrati sul tema della ripartenza: conferenze, incontri con il ministro Spadafora dei patron di A, accordi e passi indietro. È delle ultime ore la notizia che il presidente Cellino ha nuovamente cambiato idea e che ad oggi è contrario alla ripresa del campionato.
Cosa vuole la serie A dallo Stato?
Veniali garanzie economiche o la certezza che si aiuterà il mondo del calcio a gestire questa emergenza per garantire che la stagione 2019-2020 termini?
C’è troppa confusione e il tifoso medio fatica a comprendere la necessità di tornare a giocare addirittura a metà maggio; eppure si continua a spingere, il leitmotiv è quello di “ripartire a tutti i costi”. Gli appelli a una riflessione che sia attenta sono arrivati anche da Silvio Berlusconi e Claudio Ranieri: entrambi con parole diverse hanno sottolineato che in questo momento le cose importanti in Italia sono ben altre.
Eppure si spinge per ripartire: non farlo significherebbe tornare indietro di almeno trent’anni e che molte squadre, alcune quotate in borsa, non potrebbero non solo garantire il rendimento degli scorsi anni ma addirittura rischiano di non potersi iscrivere al campionato maggiore.
Troppi gli interessi in ballo perché il pallone non torni a rotolare, troppe le cose che il tifoso medio non può capire ma che deve accettare. Come il fatto di vivere e lavorare con le restrizioni previste per la fase 2 , per poi accendere la tv e guardare una partita di calcio che con il calcio vero non ha niente a che fare.
Diciamolo a chiare lettere: la scelta di far ricominciare il campionato di serie A ha del grottesco ma come le altre cose che stanno accadendo nel mondo sono fuori dalla comprensione di noi uomini e donne medi.
Questa settimana ci chiediamo cos’è che la serie A vuole dallo Stato Italiano ma amaramente constatiamo che è difficilissimo per noi donne e uomini medi capire cos’è che lo Stato italiano voglia da noi.


