Tatticamente – Il “disordine creativo” di Ancelotti: Einstein aveva ragione!

E quando la bellezza incontra l’efficacia, anche il Napoli di Ancelotti comincia a sciorinare calcio. Grossa prestazione a Torino. Vincente e convincente. Risultato e bel gioco: stavolta davvero non è mancato proprio niente. Sono questi i presupposti che fanno sperare bene. L’uno non può prescindere dall’altro. E’ un rapporto di causa-effetto: se il Napoli si esprime bene, ha più probabilità di farle sue le partite. In caso contrario soffre e deve affidarsi alle buone, nemmeno sensazionali, individualità. Ed il rischio è l’improvvisazione, la confusione, l’anarchia che la fa da padrone, l’assenza di riferimenti. Una identità voluta, cercata, e finalmente trovata. Piaccia o no – e così ci piace -, il Napoli è diventato questo. La creatura è nata. Ha un nome: 4-4-2. Un cognome: quello del suo allenatore, che di scommesse sta cominciando a vincerne. Ed un segno particolare che non è un difetto, anzi una virtù: l’imprevedibilità. C’è fantasia lì davanti: hai la sensazione che tutti possano segnare, sempre, appena parte lo spunto a qualcuno in particolare. Ecco, si comincia a parlare di spunti. Al di là dell’organizzazione collettiva, che coinvolge i reparti tutti, Ancelotti punta tantissimo sulle singole giocate di ciascun calciatore, sulla capacità degli stessi di saper interpretare al meglio le numerose circostanze d’un match. Migliora la fase offensiva. Cresce il numero di occasioni create (almeno quattro nitide create appena nei primi 20 minuti). E rimane contestualmente conservato l’equilibrio difensivo. Adesso sì che la macchina è quasi perfetta. Il momento clou, quello più difficile del cambiamento ancora in atto è oramai passato: era qualcosa di filosofico, mentale. Con Sarri, ad un certo punto, una volta metabolizzati gli schemi, il Napoli inseriva il pilota automatico e l’orchestra prendeva il posto dei tenori; un canto all’unisono. Della serie, traslando le metafore del caso in termini calciofili: siamo talmente forti, che ci basta tenere il pallone per il 70-80%, sbloccare il punteggio e portiamo a casa il risultato, di default. Un meccanismo diventato istintivo, di serie, innestato nella testa dei ragazzi. Poi smontato. Improvvisamente. Arriva Ancelotti. Arriva un nuovo messaggio da metabolizzare. In medio virtus stat, direbbe Carletto. L’equilibrio al centro di tutto, che regna. La compattezza al potere. In mezzo, appunto. Tant’è che, tatticamente parlando, Ancelotti cambia per un motivo specifico, che vince su tutti gli altri: subire meno reti. Togliendo un centrocampista, il Napoli ha infilato il giubbotto a doppia cerniera per guardarsi prima di tutto le spalle. Al gol ci pensano i soliti. Che ottimizzano il lavoro (sporco, a questo punto; d'”accompagnamento”), e con un paio di passaggi arrivano in porta. Vantaggio, raddoppio e tris: fotografano esattamente la situazione descritta. Il primo di Insigne parte da un cross secco; la volèe di Verdi è preceduta da un scambio rapido con la punta (Mertens); il 3-1 è una ripartenza a due tocchi. E’ cinico, immediato, senza fronzoli il calcio di Ancelotti. Non ha bisogno del ragno (un regista) che gli tessa la ragnatela. Al suo scopo, che è quello d’intrappolare ed uccidere gli avversari, ci arriva in maniera diversa. Con meno pazienza, se vogliamo. Ma con più vivacità e sana frenesia. A volte sembra disordinato. E’ vero. E’ proprio un disordine. Un disordine creativo, se vogliamo. Che Einstein amò definire come un “ordine superiore, entro cui solo pochi esseri superiori sanno districarsi”. Una dimensione “scapigliata”, che scompagina chi l’affronta. Ci voleva, serviva, era necessaria: evidentemente l’ordine non aveva funzionato. Nonostante il tentativo di non toccare nulla, di provare a dare continuità al vecchio facendo piano piano spazio al nuovo. C’era chi – come Insigne – aveva bisogna di rigenerarsi; di sentirsi nuovamente “vivo”; di farla finita con l’ala tanto bella e brava quanto incompiuta; di diventare qualcun altro. Un attaccante, ad esempio. Non brutto, perchè “bello” lo rimane: la classe non è acqua, si dice. Ma cattivo sicuramente sì. E poi puro. Finalmente.





