1935-1946: Siviglia sul tetto di Spagna
Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, il modus vivendi della cultura spagnola.
¡Hola!
È innegabile che Real Madrid e Barcellona da sole si siano spartite ingordamente la torta dei titoli della Liga spagnola: trentadue affermazioni per le Merengues, ventitré per i Culés. Agli altri restano le briciole. L’Atlético ha raggiunto la stella dei dieci campionati nel 2014, l’Athletic è fermo all’ottavo successo datato 1984, il Valencia ha conosciuto gli ultimi momenti di gloria con Rafa Benítez, poi basta. Fa specie tuttavia che le due squadre di Siviglia, quarta città spagnola per numero di abitanti, abbiano fatto la voce grossa soltanto in due circostanze, una a testa. Per di più in epoche ormai lontane. E meno male che i Rojiblancos negli ultimi dieci anni hanno rimpinguato il loro palmarès con le vittorie europee, altrimenti il bilancio generale per la capitale andalusa sarebbe stato ancor più esiguo.
BETIS 1935: SEI BASCHI E UN IRLANDESE – Nato nel 1907 per iniziativa di alcuni studenti della Escuela Politécnica, il Real Betis Balompié si fa rispettare nei campionati di Andalusia, a fronte del dominio assoluto dei cugini del Sevilla FC. Proprio interrompendo l’egemonia di questi ultimi nel 1928, i biancoverdi ottengono il diritto di partecipare alla prima Serie B a girone unico. Il purgatorio dura quattro anni: nel 1932 è già Primera División. Artefice della promozione è soprattutto il tecnico irlandese Patrick O’ Connell, uomo di calcio a tutto tondo. Dublinese purosangue, da centromediano arriva finanche a vestire la maglia del Manchester United e a divenirne capitano, ma è partecipe attivo del clamoroso scandalo del ‘Fixed Game’ (1915), la partita truccata tra i Red Devils e il Liverpool con 2-0 deciso a tavolino tra i giocatori dei due club (e puntualmente verificatosi). O’ Connell, che a bella posta sbaglia pure un penalty, ammette la colpa, la sua carriera è stroncata. Si rifà come allenatore in Spagna introducendo nuovi metodi di allenamento che, presto imitati, contribuiscono a svecchiare il fútbol. Reduce dagli ottimi risultati raggiunti alla guida del Racing Santander e del Real Oviedo, approda a Siviglia nel 1931. Grazie agli sforzi economici compiuti dalla dirigenza, il Betis si dota di un parco giocatori davvero formidabile. Una rosa che, insieme a elementi indigeni come Peral, Valera, Gómez e Caballero, ai ‘canarios’ Adolfo, Timimi e Rancel e al leonese Saro, annovera ben sei baschi: Aedo, Areso, Lecue, il bomber Unamuno, Larrinoa e specialmente il portiere Joaquín Urquiaga, Premio Zamora nel 1935. 1935, appunto. Un annus mirabilis per il Balompié. L’anno in cui i beniamini del Campo del Patronato partono forte andando a vincere alla prima giornata (2 dicembre 1934, campionato a dodici squadre) niente poco di meno che a Chamartín contro quel Real Madrid allora chiamato Madrid CF: siamo in piena Segunda República. La settimana successiva persino il Barcellona s’inchina al Betis, che va in fuga e chiude il girone d’andata con tre lunghezze di vantaggio sulle Merengues e cinque sull’Athletic Bilbao campione in carica. Nonostante le brutte battute d’arresto con il Barça (0-4 a Les Corts) e il Valencia (1-3 a Mestalla), O’ Connell e i suoi tengono botta. A due turni dalla fine però impattano 0-0 al San Mamés e vengono raggiunti in testa dal Madrid vincente (3-0) sui Taronjes. Sembra finita, anche se la differenza reti li premierebbe ancora. Invece la settimana successiva i castigliani crollano sotto cinque reti a Barcellona, mentre gli andalusi, sebbene costretti al 2-2 nella stracittadina col Sevilla, ritornano in vetta. Il 28 aprile, ultima giornata, il clima è teso. Dalle colonne dell’Heraldo de Madrid corre voce che la dirigenza madridista abbia deciso di offrire mille pesetas a ogni giocatore del Racing Santander se i cantabrici riescono a battere il Betis. Ma O’ Connell non ha pietà per la sua ex squadra: finisce 5-0 con tripletta di Unamuno e doppietta di Caballero. A nulla serve al Madrid la goleada (6-1) rifilata all’Arenas Getxo. A Siviglia, già addobbata di colori, fiori e coccarde per la secolare Feria de Abril, è festa grande. Per la squadra, che due giorni dopo torna in città da Santander, viene organizzato un apposito corteo gigantesco e stracolmo di gente, ebbra di gioia nell’accompagnare giocatori e mister sul Flecha Verde, l’autobus sociale del club, dalla Puerta de Jerez fino al municipio. Un successo irripetibile per un sodalizio che, da allora in poi, conoscerà un lento e inesauribile declino. Immediate ristrettezze economiche, con conseguente cessione dei pezzi pregiati, la fuga o la partenza per il fronte allo scoppio della Guerra Civil contribuiscono all’impoverimento della squadra. Che nel primo campionato post-bellico 1939-40 retrocede in Segunda División. E nel 1947 cade addirittura in Tercera. Eppure malgrado la decadenza i tifosi del Betis non mollano mai i loro idoli rimanendo sempre fedeli e attaccati ai colori biancoverdi. Non è un caso se proprio in quegli anni bui viene coniato il detto ‘¡Viva er Beti manque pierda!’: ‘Forza Betis nonostante perda!’. Un evergreen vivido da allora sino a oggi, un manifesto puro degli alti e bassi dei betici.
SEVILLA 1946: GRAZIE DON RAMÓN! – Ma in quegli anni ’40 la Siviglia del pallone è triste solo in parte. Mentre la metà biacoverde arranca, quella biancorossa del Sevilla FC, fondato nel 1905 da figli di immigrati inglesi, conosce invece la sua prima epoca d’oro. I cui prodromi risalgono a quando nel 1932 diventa presidente l’avvocato Ramón Sánchez-Pizjuán. Un uomo illuminato, un dirigente accorto nel tenere a bada i bilanci, non sprecare troppo liquido in campagna acquisti e puntare alle risorse della ‘cantera’. E difatti a lui è intitolato l’attuale tempio dei biancorossi, inaugurato nel 1958 nel quartiere di Nervión a un quarto d’ora di macchina da Heliópolis, dal 1936 casa storica dei rivali del Betis con diverse denominazioni. Dopo aver rischiato di finire in terza serie, nel 1934 il Sevilla torna in Primera. E, quasi in contemporanea con le disgrazie dei cugini, inizia un periodo di stabilità condito anche da grandi risultati. Per esempio le due Coppe di Spagna vinte nel 1935, con Ramón Encinas Dios in panchina, e nel 1939. Ma soprattutto i due secondi posti in Liga nel 1939-40 e nel 1942-43. E indovinate chi guida i Rojiblancos in quest’ultima circostanza? Sì, proprio lui: Patrick O’ Connell, prima tornato al Betis all’inizio del decennio poi passato poco dopo sull’altra sponda del Guadalquivir. Dopo un terzo posto, nel 1945 il Sevilla rischia di retrocedere clamorosamente, riuscendo comunque a salvarsi. Intanto, al posto di Sánchez-Pizjuán dimessosi nel 1941, subentra quale nuovo presidente Jerónimo Domínguez y Pérez de Vargas, nominato dalla franchista Delegación Nacional de Deportes. Chiusa la parentesi O’Connell, Domínguez y Pérez richiama Encinas Dios. Galiziano verace di Pontevedra, reduce dagli allori (uno scudetto e una Coppa di Spagna) col Valencia e da buoni risultati alla guida del Madrid ridiventato Real, il figlio dell’avvocato Don Victoriano ha nelle mani un gruppo combattivo, solido dietro e spietato in avanti, senza strafare ma quel tanto che basta. Busto difende i pali, Joaquín e Villalonga presidiano la terza linea con Antúnez buona riserva. In mediana ecco Eguiluz, Alconero, Herrera e Félix. All’attacco la parte del leone spetta alle tre bocche di fuoco Arza, Araujo e Campos, ben supportate da López. La politica intelligente di Sánchez-Pizjuán ha dato i suoi frutti: i ragazzi della Siviglia biancorossa lottano sul serio per il titolo. Il campionato è equilibrato, la vetta della classifica non ha mai un padrone fisso. Al Barcellona e ai ‘Nervionenses’ segue l’effimero dominio dell’Oviedo, intervallato dal timido inserimento del Real. Alla fine la Liga diventa una corsa a tre tra andalusi, catalani e Athletic Bilbao: così si ritrovano le contendenti, trentatré punti ex aequo, a due giornate dalla conclusione. Il 24 marzo è il penultimo turno e sono proprio loro, Arza, Araujo e Campos, a stendere in casa il declinante Oviedo. Il Barça si fa bloccare a Castellón, l’Athletic cade contro il Deportivo Alcoyano e alza bandiera bianca. La settimana successiva blaugrana e rojiblancos se la giocano a Les Corts. Dinanzi ai loro 45.000 tifosi i padroni di casa si gettano all’attacco, ma al 7’ vengono fulminati da un colpo di testa del solito Araujo. Silenzio tombale, interrotto dalle urla di gioia delle 500 anime salite dal Sud per il grande appuntamento con la storia. Il resto della partita è un’alternanza di forcing disperato del Barcellona e rapidi contropiede del Siviglia. Al 63’ Bravo pareggia fortuitamente. Ma nei rimanenti ventisette minuti il muro biancorosso, sorretto validamente dal gigantesco Busto, resiste. Ed è trionfo finale per Encinas e i suoi. Celebrati ed elogiati dalla stampa di tutto il Paese, compresa quella catalana. Stavolta la Puerta de Jerez si colora di un’altra tinta, accogliendo i Campioni al ritorno a casa con un ampio corteo dove, tra auto e moto, spuntano persino dei ciclisti. I giocatori vengono riempiti di lauti regali, tra cui un orologio con simbolo della città e un premio di mille pesetas a testa. E sebbene in seguito il Sevilla FC non riuscirà mai più a ripetere tale risultato, ad ogni modo non conoscerà rapido disonore a differenza dei rivali betici. Anche se, dopo la Coppa di Spagna del 1948, dovrà aspettare altri sessantotto anni per alzare un trofeo. Quel trofeo avrà tutt’altro tenore. Si chiamerà Coppa UEFA. Ed inizierà un’altra epoca d’oro.
¡Hasta la próxima!


