Los ‘Héroes de París’: la Coppa delle Coppe ’95 del Real Zaragoza
Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, i modus vivendi della cultura spagnola
¡Hola!
Nella storia del calcio europeo c’è chi appartiene all’allegra brigata dei club che, pur non avendo mai vinto un titolo nazionale, si sono rifatti con gli interessi in Europa. A questa ristretta e privilegiata cerchia appartengono quattro compagini: Bayer Leverkusen, West Ham, Parma (bei tempi andati …) e Real Zaragoza. Sì, anche ‘Los Blanquillos’ hanno vissuto i loro momenti di gloria sui campi del vecchio continente. Difatti, a fronte di un palmarès già lusinghiero in Patria (6 Copas del Rey, l’ultima nel 2004), possono vantare nella loro storia due trofei internazionali. La Coppa delle Fiere (la ‘nonna’ dell’Europa League) 1963-64 vinta contro il Valencia in uno dei periodi più floridi del sodalizio, quello dei ‘cinco magníficos’, il prolifico quintetto d’attacco composto da Canario, Santos, Marcelino, Villa y Lapetra. E soprattutto, la Coppa delle Coppe 1994-95. Ed è proprio di questo grande traguardo che vogliamo parlarvi. Di un’impresa storica, del picco più alto raggiunto da una società meno blasonata delle grandi di Spagna, eppure in grado di togliersi la grossa soddisfazione di trionfare contro una big del calcio mondiale, l’Arsenal. E di farlo in maniera beffarda, inattesa, incredibile. Dunque, memorabile.
AGLI ORDINI DI UN ‘JOVENCITO’- Nel pieno della stagione 1990-91 il Real si barcamena nei bassifondi della Primera División. Scocciato dalle critiche di tifosi e stampa, l’allenatore uruguaiano Ildo Maneiro decide di rassegnare le dimissioni. Al presidente José Ángel Zalba viene in mente un’idea singolare: affidare la guida tecnica a Victor Fernández, allora allenatore del Deportivo Aragón, la squadra B dello Zaragoza. Apparentemente niente di strano nella scelta. C’è tuttavia un piccolo particolare: il neomister ha solo 30 anni! E di esperienza ai massimi livelli ne ha pochina. A parte la trafila nello Stadium Casablanca, storico club polisportivo del capoluogo, Fernández, laureato in Storia e Geografia, può contare solo su una non lunga occupazione da vice di Radomir Antić in prima squadra e nulla più. Pur tra le difficoltà, il ‘joven’ tiene botta portando i suoi a un drammatico playout contro il Murcia: 0-0 all’andata in trasferta, 5-2 a La Romareda e salvezza acquisita. Da allora in poi intorno al giovane condottiero si forma un gruppo solido, ma al tempo stesso sbarazzino, talvolta capace di produrre un calcio frizzante e d’attacco. Come nella stagione ’93-’94, in cui, dopo un girone d’andata ai margini della zona retrocessione, i biancoazzurri si rendono protagonisti di un’eccezionale fase discendente conclusa con un brillante terzo posto alle spalle del Barça campione e del Deportivo La Coruña secondo. Merito delle parate del veterano portiere Cedrún, figlio d’arte. Della non disprezzabile organizzazione del quartetto difensivo Belsué-Aguado-Cáceres-Solana. Della lucidità di Aragón, della sostanza di García Sanjuán, della rapidità di Poyet destinato a fare fortuna in Premier. Della prolificità dell’argentino Esnáider, futuro juventino senza successo, spalleggiato validamente da Higuera e dall’ex madridista Pardeza. Del decisivo apporto dalle retrovie del compianto Sergi López, buttatosi mortalmente sotto un treno nel 2006, di Geli, Celada, Gay, Franco e dell’ispano-marocchino Nayim (ricordatelo questo nome …). E quell’anno arriva anche la ciliegina sulla torta: la Copa del Rey, la quarta in ordine cronologico nella storia dei ‘Blanquillos’. I quali, battuto in finale ai rigori il Celta Vigo, accedono all’edizione successiva della Coppa delle Coppe.
“DOVEVO GIOCARE A SINISTRA …” – E in quella ‘Recopa’, come veniva chiamato in Spagna il prestigioso trofeo poi soppresso, i ragazzi di Fernández fanno sul serio togliendosi di mezzo dapprima le modeste Gloria Bistrita e Tatran Presov, poi le nobili Feyenoord e Chelsea. Sulla strada degli aragonesi si para però un’altra gigante: l’Arsenal. L’anno prima i Gunners hanno strappato la Coppa delle Coppe dalle mani del Parma, e sul loro cammino hanno asfaltato Omonia Nicosia, Brondby, Auxerre e, in una rocambolesca semifinale, la Sampdoria. E’ l’Arsenal fresca orfana del suo Vate George Graham sostituito da Stewart Houston. Ma è pur sempre l’Arsenal dei veterani Adams, Dixon, Merson e Winterburn, dei temibili attaccanti Wright e Hartson, del baffuto portiere Seaman. Una squadra che ha sacrificato il campionato per vincere ancora in Europa. La sera del 10 maggio 1995, al Parc des Princes di Parigi, Blanquillos e Gunners si affrontano dirette da un italiano, Ceccarini. Sì, quello di Juventus-Inter del ’98, ma questa è un’altra storia. Dopo un primo tempo giocato a scacchi, con poche emozioni e tanta tattica, nella ripresa il Real preme sull’acceleratore e al 69′ rompe il ghiaccio con Esnáider: gran sinistro al volo imprendibile per il portiere inglese. L’Arsenal però reagisce e sette minuti dopo, al termine di una confusa azione in area, pareggia con Hartson. Si va all’overtime e non succede praticamente nulla, con una crescente rassegnazione orientata ai rigori. Finché a quindici secondi dalla fine Cedrún rinvia dal fondo, Linigham respinge e Nayim, anziché darla a Esnáider, tenta la sorpresa col destro da cinquanta metri scarsi: la mira è precisa, la parabola, partita a campanile, s’impenna fino a raggiungere l’incrocio dei pali spiovente, Seaman è fuori dai pali e riesce appena a toccare. La rete scatena l’euforia di tutta la panchina aragonese, lo staff biancazzurro si precipita in campo a festeggiare un trionfo impensabile solo qualche anno prima. Anni dopo Nayim, protagonista per caso di quella memorabile serata, dirà: “Avevo giocato nel Tottenham e sapevo che tutta la difesa dell’Arsenal, portiere compreso, era abituata a piazzarsi alta. Ho detto ai miei compagni di tirare sempre da fuori, per tutta la serata non ho fatto altro che guardare fisso Seaman. Avrei potuto passare palla a Esnáider, mi sono accorto che era in fuorigioco, ma anche che il portiere era fuori dai pali. Alla fine ci ho provato, ho avuto anche fortuna“. E aggiungerà: “Pur essendo destro Fernández mi schierava sempre a sinistra. A cinque minuti dalla fine l’allenatore mi spostò a destra (per fare spazio a Geli, specialista di rigori, ndr), una cosa che non mi era mai accaduta“. Era destino che quel cambio tattico dovesse decidere felicemente le sorti di quella finale, con quel gesto tecnico celebrato, da allora e per sempre, nell’immaginario collettivo del club. Quello stesso immaginario in cui sono conservate le immagini dei festeggiamenti che inebriarono Zaragoza per una giornata intera. Una folla immensa ad accogliere i suoi beniamini e accompagnarli fino all’Ayuntamiento, riempiendo sino all’orlo la centralissima Plaza del Pilar. E i tifosi scomodarono finanche la toponomastica: Calle 3 de Agosto divenne Calle Nayim. Bizzarrie tollerabili per un grande successo.
¡Hasta la próxima!


