JE SUIS GLI ARBITRI
Gli arbitri sono scarsi in generale. Questo assunto è il manifesto di un’opinione – tutta vostra – che è molto, molto discutibile. In questa bufera di recriminazioni e contro-recriminazioni sempre più infantili e gratuite, vogliate consentire una piccola voce fuori dal coro da parte di chi ogni tanto prova ad immedesimarsi negli scomodissimi panni altrui e, nel caso in questione, prova ad immaginare cosa si possa provare con un fischietto in bocca o con una bandierina in mano. Non è un mestiere facile, anzi vi dirò di più: il lavoro viene eseguito in maniera più che egregia, per quanto è difficile. Provo a spiegarmi, vediamo se riusciamo a ragionarci un po’.
Sedetevi un attimo e turatevi il naso. Quello che sto per dirvi non vi piacerà, perché mette in discussione decenni e decenni di recriminazioni e risse verbali sul nulla, o quasi. Io credo che per perizia, tempi di esecuzione e pressione psicologica, quello dell’arbitro di calcio sia uno dei lavori più complicati al mondo. Uomini molto over 30 che in campo corrono più dei calciatori, ma che a differenza dei calciatori iniziano la carriera “vera” quando normalmente questi ultimi sono sulla strada del declino. Sotto una pressione fisica non indifferente devono osservare, percepire, interpretare, mediare. Tutto ciò in frazioni di secondo nelle quali noi comuni mortali non riusciremmo a far bene neanche il birdwatching. Va pure peggio ai guardalinee, che per capire i fuorigioco devono avere un occhio a levante, cioè al pallone, l’altro a ponente, ovvero ai calciatori e alla luce fra i corpi e tutte queste norme cervellotiche già solo a studiarle. Anche loro in frazioni di tempo minuscole, se possibile anche più ridotte di quelle dei direttori di gara. Prendete il fuorigioco di Napoli-Juve, che dopo una settimana stiamo ancora qua a chiederci se il guardalinee abbia visto o no la luce, quella benedetta luce fra il corpo di un calciatore e l’altro. E mentre aspettavamo l’illuminazione ne è arrivato uno ancora più complesso, perché almeno quello di Caceres era su calcio da fermo. Callejòn invece tira in porta, e in quell’istante il sig. Iori avrebbe dovuto studiare la posizione di partenza di Higuaìn, evidentemente prevedendo già una parata di Perin. Dieci-centimetri-dieci di fuorigioco di una persona che al momento del tiro in porta (e non del passaggio, attenzione) non era neanche coinvolto nell’azione. Tutto questo, ribadiamo per i meno attenti, in qualche decimo di secondo. Cioè, vi rendete conto o no della follia? No, purtroppo non ve ne rendete conto, purtroppo domani saremo di nuovo punto e a capo, in una guerra fra drogati di polemica che si aggrapperebbero a tutto pur di averne ancora. Datemi retta: smettete. Il vero sballo è dire no. Provateci.
Adesso naturalmente il pur arguto motto di Benìtez “ci può stare” si sta rivelando un clamoroso boomerang per lui e per il Napoli. Logico e inevitabile: con quella storia Rafa si è dimostrato anche lui schiavo delle valutazioni a freddo sull’operato degli arbitri, un viziaccio che abbiamo tutti-tutti da quando hanno inventato quella stramaledetta vivisezione in slow-motion, che ha falsato le regole del gioco togliendo ancor più tranquillità alle già tesissime giacchette nere. Esaminare gli arbitri con la moviola è come minacciare l’uomo delle caverne con un kalashnikov. È una lotta impari, una rapina con stupro alla professionalità di una categoria che nella classifica dei capri espiatori dell’ignoranza è seconda (forse) solo ai politici. Ovviamente parliamo degli arbitri e dei guardalinee, non di quegli assurdi giudici di linea. Sono pazzo, sì, ma fino a un certo punto.
Probabilmente, più che la moviola, in campo ci vorrebbero dei robot che con precisione millimetrica studiano e riproducono i vari casi in tempo reale. L’umanità che ha inventato il pc, il cellulare, i viaggi nello spazio e Facebook non può non essere in grado di programmare delle macchine per uno stupido (per loro) gioco di tempi e centimetri. Tutto vero, tutto giusto, proprio per questo sognatevelo per sempre. Sarebbe un’idea rivoluzionaria, ma sicuramente inapplicabile: di che parleremmo poi alla fine delle partite?
ANTONIO PAPA

