LA CORRIDA DE TOROS

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Il primo pezzo della nostra nuova rubrica “Napoli Olé” non poteva che essere dedicato a ciò che, per eccellenza, rappresenta un marchio di fabbrica della Spagna nel mondo. Un rituale solenne che ha sempre suscitato curiosità e che costituisce un must per chiunque visiti questo bellissimo Paese. Una messa laica in cui il sacrificio di un animale viene esibito alla folla festante. L’avrete capito: l’animale in questione, spagnolo per antonomasia, è il toro; l’evento di cui è protagonista è la corrida. Uno spettacolo carico di pathos e di tensione, uno spettacolo che suscita sempre fascino in chi l’ammira, malgrado le polemiche e i vituperi rivoltigli per la fatale sorte che spetta alla bestia. Il toro è torturato, dicono gli animalisti. Motivo buono e giusto, nulla da dire. Ma poco possono nei confronti di chi mantiene ancora viva una consuetudine ricca di storia, al di là del folklore da turismo facile che la caratterizza.

E la corrida un sapore antico lo ha davvero. Per capire le sue origini bisognerebbe andare indietro alla civiltà minoica (isola di Creta), quando la tauromachia (la lotta contro i tori) era un rito ove l’animale veniva sacrificato nelle feste dedicate al Dio Dioniso. Già, feste: non è un caso, infatti, se oggigiorno gli spagnoli la chiamano la fiesta de toros. Adeguatisi alle mode della Grecia conquistata, i Romani le importano nelle terre invase, compresa la Penisola Iberica. I giochi taurini si continuano a svolgere anche quando giungono i Visigoti e gli Arabi, e dopo il Medioevo diventano un’abitudine soprattutto tra i nobili, i quali combattono contro il toro in sella a un cavallo. I tratti attuali della corrida cominciano a fissarsi a partire dal 18° secolo: vengono costruite le prime plazas de toros; i toreri non sono più gente altolocata, bensì persone del popolo appartenenti alle classi più umili; non si combatte più a cavallo, ma in piedi; nascono le cuadrillas, ossia i gruppi di persone, tra cui lo stesso torero, che partecipano all’uccisione del toro nel corso della fiesta. E in più vengono redatte regole, tecniche e strategie della tauromachia moderna.

La corrida, dunque, non è altro se non una cerimonia in cui tutto è rituale. A cominciare dall’inizio, scandito da note musicali, dallo sventolio di pañuelos degli spettatori e dall’ingresso in scena delle tre cuadrillas, impegnate nello scontro e composte dal torero, chiamato anche matador (aaah, reminiscenze di Cavani… ) dal mozo de espada, suo aiutante, dai banderilleros e dai picadores. Dopo la sfilata dinanzi al pubblico, ogni cuadrilla inizia la sua corrida, divisa in tre atti chiamati tercios. Il primo, il tercio de varas, è il momento in cui i picadores a cavallo colpiscono il toro al collo con una picca puntuta d’acciaio (la vara, appunto), in modo da misurare la bravura e la forza dell’animale e ridurne l’ardore. Nel secondo, chiamato tercio de banderillas, i banderilleros inseriscono nel dorso della bestia le banderillas, asticelle di legno dotate di un arpioncino; obiettivo del secondo atto è quello di ravvivare il toro dopo la dura prova delle varas e correggerne i difetti nei movimenti. Fatto ciò, si arriva al momento-clou della fiesta, il tercio de muleta, l’atto in cui il torero, armato del celebre drappo rosso (la muleta) e di una spada, detta lidia, sfinisce l’animale con le sue finte e i suoi celebri pases, ingannandolo e sfiancandolo ovviamente con l’ausilio del manto color sangue. Una volta che il toro incrocia le gambe anteriori, arriva la hora de la muerte: il torero tira fuori la lidia e colpisce il toro tra le scapole, direttamente al cuore. Se la stoccata non andasse a segno, uccidendo l’animale, sarebbe necessario dargliene una seconda; qualora questa non dovesse bastare, si giungerebbe alla fine meno gloriosa per il matador, cioè il colpo finale inflitto col pugnale dai peones, altri aiutanti della cuadrilla. Se finisse così, quanti fischi per il torero! Nel primo caso, invece, applausi a scena aperta e ricompense speciali per l’eroe della plaza, ossia le orecchie del toro oppure la sua coda, massimo riconoscimento: tradizione e rituale, anche in questo caso. Come rituali sono le reazioni del pubblico, che con i pañuelos decide quali premi spettano al matador, ma può persino impedire la morte del toro se questo ha lottato valorosamente contro il suo avversario: è la salvezza, chiamata indulto, nome che dalle nostre parti significa ben altro…

Un evento, dunque, pieno di significato e di gran presa. Un evento però, come dicevamo prima, anche causa di tante polemiche e rimostranze, sostenute da chi vede nella corrida uno spettacolo osceno nel quale il povero toro viene trattato pubblicamente con violenza, fino a morire. Le proteste degli animalisti, totalmente contrari a quel che ritengono uno scempio, sono legittime, tanto che le Isole Canarie e la Catalogna hanno proibito le fiestas de toros. Ma il grande evento va avanti, imperterrito. Celebrato com’è da pittori (Goya, Picasso, Manet) e letterati (Hemingway, García Lorca) è ben lungi dal vedere la fine. E’ un po’ il simbolo di una Spagna uguale a sé stessa, una Spagna austera e nobile, legata alla sua storia e alle sue ancestrali radici.¡Hasta la próxima!

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