DE ROSSI NON E’ TOTTI
Definirlo il più forte mediano al mondo probabilmente è esagerato; forse per qualche anno lo è stato, sicuramente è ancora fra i più completi. Comunque sia, Daniele De Rossi si può annoverare senza dubbio fra i più forti in Europa, senza paura di smentite. La sua sfortuna? Essere nato nel decennio sbagliato, quello nel quale la Roma ha vissuto gli inevitabili alti e bassi successivi alla fine di un ciclo, ad un campionato vinto con sforzo sovraumano. Ecco il vero limite nella carriera di questo ragazzo, devoto alla sua squadra e alla sua città al punto da legarsi a lei per tutta la vita. O quasi, visto che alla soglia dei trent'anni nessuno dalle parti della Capitale sembra aver più bisogno di lui. Scaricato da società prima e allenatore poi, ora è il momento dell'opinione pubblica, che ha stigmatizzato con eccessiva veemenza il pur deprecabile gesto compiuto ai danni di Mauri. Non che abbiano torto, i tifosi romanisti, ma è soprattutto un aspetto della vicenda che fa riflettere, e non poco: con Totti ‘sto casino non sarebbe mai accaduto. Pensateci.
È forse questo l’argomento da sviscerare dopo quanto visto ieri all’Olimpico, inevitabile sbocco di una vicenda che da mesi ha assunto connotati kafkiani. Ad agosto De Rossi ha rifiutato l’ennesimo assalto del City, con tanto di conferenza stampa a rimarcare ciò che a lui è sempre sembrato ovvio: qui sono a casa, non me ne andrei mai. Incredibile ma vero, quella scelta gli si è ritorta contro in un batter d’occhio. La sensazione è che la società volesse monetizzare ma non avesse il coraggio di venderlo, e sperava quindi che fosse lui a spingere per una cessione. Da quel momento a Trigoria è stato come se fosse arrivato in regalo un enorme elefante: la facciata era tutta sorrisi e gratitudine, anche perché un elefante non è certo un pesce rosso; alle spalle tutto un mormorio, della serie “dove ce lo mettiamo adesso” e “ci costa una fortuna mantenerlo”. Lui ci ha messo del suo, schierandosi apertamente contro Zeman e i suoi metodi, proprio lui che a correre e sgobbare in mezzo al campo è abituato più degli altri. Lì si è rotto qualcosa, perché da quando sono arrivati gli americani a Roma il famoso “proggetto” è come il Sacro Graal: una sorta di chimera, intanto aspetta e spera. E soprattutto guai a parlarne male. Tanto di cappello, per carità, fa onore credere con tanta fermezza in un’idea così bella come il calcio zemaniano. Ma se poi in nome dell’idea si sacrifica un simile totem vuol dire che San Daniele a Roma non è poi così santo. Di certo non quanto San Francesco.
Chissà se adesso qualcuno se lo sta chiedendo, o se davvero non gliene frega più niente a nessuno. Sicuramente se lo sta chiedendo lui, che starà riflettendo sul perché dieci anni di amore e dedizione non sono bastati ad essere ricambiati con la Vita Eterna. Come Totti, per intenderci. Per un semplice motivo: perché De Rossi non è Totti. Il capitano è il mediatico per eccellenza, simpatico e bello, con una famigliola felice al seguito e una vita pubblica ineccepibile. Il suo vice è il lato oscuro, dalla vita tormentata sia dal punto di vista sentimentale sia da quello caratteriale. Schivo e riservato, il passato macchiato da una travagliata separazione e da qualche amicizia non troppo edificante. Probabilmente ha accarezzato quella fascia di capitano al punto di sognarsela la notte, il problema è che davanti a sé ha un highlander come il Pupone, che di smettere proprio non vuole saperne. Ma più di ogni altra cosa, a fare la differenza è che De Rossi proprio non riesce ad azzeccare un derby. Sembra incredibile, invece è proprio così. Ecco, forse è proprio per questo che Roma gli vuole bene ma non lo ama come ama Totti. Ed è proprio per questo l’eterno cadetto rischia di trovare chiuse le porte del Paradiso proprio quando aveva completato la lunga ascesa. Si metta quindi l’anima in pace il povero De Rossi: purtroppo per lui Capitan Futuro fa già parte del passato.
