IT’S THE AMERICAN WAY
Se c’è una cosa che le società di calcio italiane proprio non hanno, quella è la pazienza. Dalle nostre parti la programmazione a lunga scadenza è un optional da mosche bianche, non certo una necessità irrinunciabile. Si vive di decisioni uterine figlie della delusione del momento, si cambia idea come si cambia un paio di calzini, fingendo di non aver mai creduto realmente nell’intuizione precedente. Fuori dai nostri confini, uomini come Cellino e Zamparini sarebbero bollati come pazzi senza speranza e gli verrebbe confiscato il patrimonio; qui si è coniato il termine “vulcanico”, che non significa granché e anzi nasconde anche una specie di compiacimento. Italians, valli a capire.
Li facevamo scemi, gli americani che vengono a casa nostra, comprano la squadra della nostra Capitale e iniziano a spendere e spandere per comprare giovani di belle speranze, affidando la squadra ad un tecnico altrettanto giovane (in proporzione, of course) e con una mentalità completamente diversa dalla nostra. Qualche settimana di rodaggio e già i primi mugugni, spifferi che però sono rimasti all’esterno della Roma, perché l’interno è sempre stato un blocco granitico intorno a Luis Enrique. Anche dopo qualche mese, quando il progetto si iniziava ad intravedere ma i risultati continuavano a latitare, il blocco è rimasto compatto. Contro la Fiorentina tre gol e tre espulsi, dimissioni minacciate ma (per fortuna) subito rientrate, e la sensazione che qualcosa si stesse per rompere. Lo mandano via, dicevano i benpensanti, ma dimenticavano che la Roma ora è in mano agli americani, e loro sì che sanno investire nei progetti lunghi. Il cambio di rotta si è avuto prima di Natale, in quel successo a Napoli figlio di parecchie casualità ma anche di un filo conduttore ben preciso. Chi vi scrive ha documentato di una squadra interessante, in grande crescita, che attuava un metodo di gioco brillante e innovativo, stimolante anche prima di vedere una condizione fisica all’altezza della situazione. Ora il fisico sembra aver raggiunto la testa, e tutto gira a meraviglia: dal pressing “a nido d’ape” (provate a guardare una partita della Roma dall’alto e capirete cosa vuol dire) al mediano-pendolo fra difesa e centrocampo, dai terzini altissimi alle punte mai statiche, senza alcun punto di riferimento per gli avversari. Giovani di belle speranze come Lamela, Borini (e perfino Rosi) hanno trovato una dimensione ideale e stanno rendendo in maniera sorprendente, con un ottimismo che ora diventa tangibile anche presso gli inguaribili pessimisti.
Il merito sarà di chi ci ha creduto, di chi ha tenuto duro nella bufera, quando a soffiare era una schiera di scettici sempre più folta. Gli americani, certo, ma non solo loro. Onore anche agli italiani che hanno puntato forte su una mentalità diversa, spregiudicata e ambiziosa. Baldini e Sabatini ma anche Totti e gli altri senatori giallorossi: sono loro adesso a raccogliere quanto seminato, e al di là di sterili campanilismi l’augurio è che possano presto mietere anche qualche bel successo.
