“Il dito contro”: Ancelotti e la bussola perduta

In questo turno infrasettimanale il consueto “dito contro” è puntato all’indirizzo di Carlo Ancelotti, non tanto per la beffarda sconfitta contro il Cagliari di Maran, quanto per la sua ostinazione a voler cambiare tanto, troppo gli elementi che ha a disposizione in squadra.
Quello del turnover è stato un punto dolente, sul quale si è dibattuto molto già lo scorso anno, ma se al tempo Re Carlo aveva dalla sua la giustificazione di dover “conoscere e valutare” i suoi ad oggi questa motivazione è priva di ogni fondamento logico, soprattutto considerando che quella contro il Cagliari era soltanto la quinta partita di un campionato lungo che il Napoli mai come questa volta è chiamato – da più parti – a vincere.
Oggi davanti a tutti c’è l’Inter di Conte, una squadra che il mister leccese sta plasmando a sua immagine, poi la Juventus – che di “sarriane” non ha e probabilmente mai avrà le vesti – ma che continua a vincere a modo suo e con un po’ di buona sorte regalatagli dagli errori degli avversari.
Rispetto ad Inter e Juventus, il Napoli è partito con il vantaggio di un tecnico che già conosce squadra, città e ambiente e che è apparso flemmatico e sereno ad inizio campionato: ha dichiarato che i grandissimi nomi non gli servivano e che la squadra per lui così com’è può essere competitiva su tutti i fronti. Tuttavia, non si può non discutere su quanto Carlo Ancelotti abbia ancora difficoltà ad indirizzare la bussola per trovare la giusta strada e di questa devozione al turnover non se ne comprende la ragione.
In una squadra dovrebbe giocare chi sta bene: allora perché ostinatamente far giocare insieme Allan e Zielinski, con il brasiliano evidentemente non in condizione ottimale, invece di dare spazio all’esplosività di Elmas? Non per caricare di responsabilità il macedone e farlo diventare “giovane generale” di questa lunga guerra che è il campionato, quanto piuttosto per le qualità dimostrate e per la sua voglia di cementarsi coi compagni.
Perché essere così lento nelle sostituzioni – o meglio ancora – non partire direttamente con Fabian Ruiz in una partita lenta e macchinosa come quella con il Cagliari? In una squadra dovrebbe giocare chi sta bene e in una che vuole vincere ci vorrebbero le idee chiare, senza esperimenti e senza confinare un giocatore in un ruolo che non gli appartiene; come il caso di Lozano apparso un pesce fuor d’acqua nelle dinamiche del gioco.
In un campionato, lungo e fatto di battaglie difficili, c’è la necessità che il reparto difensivo si conosca a memoria: si possono tentare paradossalmente esperimenti più o meno fruttosi in avanti, ma dietro il duo Koulibaly-Manolas dovrebbe sempre giocare insieme, per conoscersi e cementarsi, per essere “muro azzurro” senza crepe. Contro il Cagliari, Koulibaly è entrato dalla panchina – nel bene e nel male ha fatto il suo – è forte e pressante la convinzione, e qui ancora puntiamo il dito, che un leader de facto come lui non debba mai essere fuori dal campo a scanso di tragedie o di scellerate espulsioni come quella che gli ha rifilato Di Bello.
Cambiare si può, ma farlo con otto undicesimi da una gara all’altra può essere sinonimo solo di due cose: un ottimismo eccessivo o una poca conoscenza del calcio giocato. A uno come Carlo Ancelotti non si può certo imputare una mancata conoscenza della materia calcio, quindi il problema è l’ottimismo? Il pensiero che basta fare un goal più degli avversari per portare a casa i tre punti e la gloria?
In un campionato come quello nostrano però esistono molte più gare come quella andata in scena al San Paolo ieri sera piuttosto che sfide stellari come quella con il Liverpool, qui veniamo ad un altro punto critico: Ancelotti in Europa appare tirato a lucido – e a “Cesare quel che è di Cesare” a vincerla contro Klopp è stato anche lui con le sue scelte – mentre in serie A, lo vediamo spesso lezioso e compassato e la squadra molte volte gli somiglia. Oggi, all’indomani della sconfitta, Ancelotti è chiamato ad una sola grande scelta – che prescinde anche dal turnover o dal far giocare Mertens o Llorente – e concerne il suo essere allenatore: rimboccarsi le maniche e mettere in ordine i pensieri per indirizzare, dare un volto unico ed un’identità che sia una e salda a questi ragazzi, in modo che possano riconoscersi in un corpo solo che lotta alla maniera de il Leviatano di Hobbes per un solo obiettivo comune.
Il “dito contro” Re Carlo è nella speranza che ritrovi la bussola perduta per guidare il Napoli e Napoli al raggiungimento del tanto desiderato Eden, oppure che possa essere franco e non schermarsi dietro il suo di dito, dichiarando apertamente che per Napoli e il Napoli sarà un altro anno di Purgatorio.


